domenica 23 luglio 2017

La leggenda di Earthsea - Ursula K. Le Guin (ed. italiana 2007)


Più riguardo a La leggenda di Earthsea
Prima di parlare di questo libro ci vuole una doverosa precisazione: questa autrice, in generale, e questa serie, in particolare, sono uno dei punti fermi della vita da lettrice di una cara amica che ha scelto come nom de plume quello di una delle protagoniste. Immagino si possa capire la mia cautela nell'approcciarmi a questo libro. E se non mi fosse piaciuto?

Posso immediatamente dire che la serie mi è piaciuta, eccome. Si conferma un'ottima spacciatrice di serie fantasy!

Entrare con circospezione e muoversi in punta di piedi nella saga preferita e di ispirazione per una cara amica è doveroso, ma mi ha anche aiutato a focalizzare quali sono gli elementi che fanno di questa serie una pietra miliare del genere.

Il libro che ho preso in mano è la raccolta di cinque libri scritti dal 1968 al 2001 e coprono l'arco temporale della vita del mago Sparviero dall'infanzia alla vecchiaia. Detto così sembra abbastanza semplicistico, ma nell'intera esistenza di questo mago le isole di Earthsea avranno un vero re dopo secoli di oscurantismo, torneranno a parlare con i draghi e scopriranno una verità dimenticata da millenni.

I libri sono autoconclusivi e quindi non è necessario leggerli tutti per capirci qualcosa, anzi, in un certo modo ho avuto l'impressione che alla fine di ogni libro avesse finito di raccontarci tutto quello che doveva dire e invece ogni volta svela qualcosa di più, di diverso, di ulteriore che fa proseguire la storia e le vicende.

La prima cosa che mi ha colpito è stata però lo stile di  scrittura; la ventennale frequentazione con il genere fantasy mi ha abituato ad uno stile molto più rigoglioso e abbondante di aggettivi - vedi la scrittura epica di Tolkien, la densità della Zimmer Bradley o l'allegoria di Lewis,- mentre qui ho trovato una parca asciuttezza che si sposa molto bene ai suoi personaggi così scarni e temprati nell'acciaio. Forse una scrittura che sento più vicina alla fantascienza che al fantasy. 

Come ogni buon autore di questo genere la scrittrice costruisce prima di tutto un mondo con una geografia propria, una propria magia, una propria storia. Le isole di Earthsea sono piccoli microcosmi a sé stanti con una propria storia e un proprio governo, caratterizzati magari sono da una pennellata, dall'accenno alla conformazione geografica oppure all'economia, ma comunque ben definiti e separati. Così Gont, isola di provenienza di Sparviero, è dedita alla pastorizia e l'ambiente è rurale, altre isole sono più aperte ai commerci o sono centri di potere come Havnor o Roke, l'isola dei maghi.

Accanto alla costruzione dell'universo storico e geografico c'è l'ideazione di un tipo di magia: in questo caso si sfrutta l'archetipo della parola di potere, quindi c'è la vera lingua, la lingua della creazione che è la lingua della magia. I draghi sono in grado di parlarla, gli uomini invece l'hanno dimenticata e devono impararla di nuovo. Lo chiamo archetipo perché l'idea che esista una lingua che chiama il mondo con il vero nome non è così originale, basti pensare all'inizio del Vangelo di Giovanni:
1 In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.
2 Egli era in principio presso Dio:
3 tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
(Gv 1, 1-3)

Non me ne vogliano gli estremisti, la mia è una considerazione di carattere generale, ma è indubbio che l'idea che sia la parola a creare, o che il demiurgo abbia come strumento creativo la parola, è molto diffusa dalla notte dei tempi. Forse perché la capacità di parlare è quello che più ci distanzia dagli animali, l'idea di comunicare aldilà delle necessità primarie, solo per il piacere di creare e di fare arte.
Quindi è la parola che muove la magia in Earthsea, ma i saggi sanno che la miglior cosa è tacere, non usare il potere per mantenere l'equilibrio.

A proposito di saggi, la magia, le parole della vera lingua, sono in mano solo a uomini, la scuola è aperta solo ai maschi e solo gli uomini possono ottenere il bastone che è il simbolo della magia più degna. Le donne sono relegate alla magia della terra, quindi si occupano di quello che, tradizionalmente, è materia di stregoneria: nascite, morti, guarigioni, cura del bestiame e della fertilità della terra.
La mia prima impressione è stata che, sebbene donna, la Le Guin avesse assorbito la cultura patriarcale tradizionale e quindi avesse costruito un mondo sbilanciato a favore degli uomini, perché il potere sta dalla parte degli uomini. Il mio, forse, era un pregiudizio dettato dall'anno di pubblicazione del primo volume (1968... forse pensavo ad un'opera giovanile, ancora immatura) eppure il primo lavoro è tutto centrato su un giovane maschio che intraprende il suo doloroso cammino di crescita e scoperta fino a diventare adulto ed affrontare le sue paure più profonde. Le figure femminili sono assenti o appena tratteggiate e il potere è tutto nelle mani maschili.
Questa mancanza mi aveva colpito perché la mia esperienza di lettrice mi aveva regalato protagoniste ed eroine molto credibili; come se mi sentissi un po' tradita da una scrittrice che preferiva un protagonista maschile ad un femminile, come se quello femminile fosse meno in grado di ispirare grandi imprese.

Ecco, avevo già accennato al fatto che sembra aver detto tutto in un libro e in quello successivo scardina convinzioni e fa crescere e mutare i personaggi che davamo già per scontati? Bene, visto che Le tombe di Atuan, il secondo libro della serie, presenta Arha, la divorata, che sarà in grado di lasciare tutto quello in cui crede e la sua vita per diventare Tenar dell'anello. Una figura di donna potente, imperfetta, spaventata, a tratti crudele, orgogliosa ma in grado di amare con tutta sé stessa e dedicarsi anima e corpo alla via che ritiene giusta. C'è anche una storia d'amore, ma è soprattutto una storia di maturazione, di presa di coscienza e di coraggio.
Quando riesce a fuggire dalle Tombe Tenar riflette sulla sua acquisita libertà:

Piangeva per lo spreco dei suoi anni, asserviti ad un male inutile. Piangeva di dolore, perché era libera. La libertà è un fardello oneroso, un grande e strano fardello per lo spirito che se l'addossa. Non è agevole. Non è un dono ma una scelta, e la scelta può essere dura. La strada sale verso la luce ma il viandante oberato può anche non raggiungerla mai.

Le tombe di Atuan


Quindi eccomi servita un personaggio femminile in grado di essere protagonista della sua vita e della storia (il libro è visto tutto dal punto di vista di Tenar e questo ci dà modo di vedere Sparviero dall'esterno), dotata di potere e di saggezza ottenuti attraverso grandi sforzi e prove.
PICCOLO SPOILER
Negli altri tre libri la vita e la vicenda dei due protagonisti continua, invecchiano, il mago perde il potere dopo un'impresa epica, cambiano vita e le loro strade si dividono per poi incontrarsi di nuovo.
Ho trovato formidabile che scelga di far precipitare Sparviero - Ged, il suo nome nascosto- dall'alto della posizione di Arcimago fino a fargli perdere tutto il potere e quindi tutto quello che credeva di essere, costringendolo a inventarsi di nuovo. I suoi personaggi sono in continua ricerca di sé stessi, non sono mai arrivati.
FINE PICCOLO SPOILER

Menzione a parte è necessaria per i draghi della Le Guin. I draghi sono creature primordiali che parlano la lingua della creazione e vivono all'ovest.  E sono bellissimi.

Nell'infinito abisso della luce, dalla porta del cielo, volava un drago coperto di un'armatura di scaglie. Nel volo, le spire della coda si annodavano e si scioglievano, e il suo passaggio era segnato da una scia di fumo, 
- Kalessin! - gridò la donna, e poi si girò verso Ged, lo afferrò per il braccio e lo gettò a terra, mentre sopra di loro passavano il ruggito del fuoco, il sibilo dell'aria sulle ali tese, il clangore degli artigli, lunghi e sottili come falci. 
[...] Kalessin chinò leggermente l'immensa testa, e l'enorme bocca dai denti lunghi come scimitarre si piegò agli angoli in una specie di sorriso. Poi Ged e Tenar fecero qualche passo indietro con Therru; il drago si voltò tra lo sferragliare dell'armatura trascinata sulla roccia, appoggiò con cura le zampe armate di lunghi artigli, e dietro si rannicchiò come un gatto, e poi si lanciò nel vuoto. Le ali si allargarono alla luce del nuovo giorno, rosse come il sangue, ricche di venature; e gli aculei della coda strisciarono sulla roccia, finché il drago non si librò nell'aria: come un gabbiano, come una rondine, come un puro pensiero.

L'isola del drago (Tehanu, in originale. Traduzione insensata)

ALTRO PICCOLO SPOILER
Introduce le figure di esseri umani che non si sentono propriamente umani e scoprono, lavorando di introspezione, di essere fluidi, nel senso che sono draghi in forma umana e sono figli di donne umane e, insieme, figli di draghi. Saranno queste figure a fare da messaggeri e tramite tra gli umani e i draghi quando diventerà urgente parlamentare tra i due popoli.
Noticina di colore: queste figure ibride sono, all'apparenza, solo femminili come se solo una donna potesse sopportare l'impatto del cambiamento, mentre gli uomini restano rigidi e arroccati nelle loro posizioni (vedi i maghi di Roke che preferiscono farsi distruggere invece di accettare una donna drago come portatrice di potere).
FINE PICCOLO SPOILER

Comunque con Tenar, Therru-Tehanu e Sesarakh, la principessa kargica, mi ha servito una serie di donne forti, coraggiose, intense e potenti.

Più riguardo a Leggende di Earthsea

Concludo questo post molto lungo dicendo due parole su LE LEGGENDE DI EARTHSEA (2001, libro che raccoglie cinque racconti del mondo magico di Earthsea. Questi racconti sviluppano momenti appena accennati o trascurati nei romanzi. Ovviamente hanno senso letti solo dopo aver letto i romanzi.
Sono un'ottima consolazione per un lettore in crisi d'astinenza e chiariscono tutta una serie di informazioni date un po' per alluse o scontate. Il mio preferito è Il trovatore che tratta la nascita della scuola di magia a Roke, il cui intento era assai diverso dall'essere una scuola esclusiva dove tramandare il potere solo ai maschi meritevoli. Lo stesso racconto apre lo sguardo sul Portinaio, figura essenziale e insieme estremamente discreta all'interno della scuola.
Bellissimo anche Le ossa della terra, che racconta del maestro del maestro di Sparviero; uno dei pochi maghi ancora in contatto con gli antichi poteri e con le conoscenze delle donne.
Molto intenso è l'unico che vede l'apparizione di Sparviero come Arcimago, ma la scelta è quella di mostrarcelo non assiso al centro del suo potere, anzi, ce lo mostra come personaggio secondario, in una stalla, mentre cerca di entrare in contatto con un mago sconfitto e fuggito.
Libellula (dragonfly, in lingua originale) è il racconto di Irian, la prima donna che chiede di entrare alla scuola di Roke e della sua relazione con lo Strutturatore.


Consigli di lettura: a tutti gli amanti del genere fantasy che si siano, come me, persi questa bellezza. La storia è intensa e molto ben ritmata. I personaggi fanno affezionare e crescono via via che scorre la storia.
Ha avuto anche il pregio di farmi riflettere sui miei pregiudizi come lettore, quello che mi aspetto o non mi aspetto da un libro e dalla minima biografia dell'autrice o autore. Esperienza molto interessante.

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sabato 1 luglio 2017

La ragazza dei fiori morti - Amy MacKinnon (2008)

Più riguardo a La ragazza dei fiori morti

Questo libro ha battuto un personalissimo record: è riuscito a spoilerare praticamente tutto il mistero del racconto nelle dieci righe di quarta di copertina!
Ognuno ha i propri principi nell'approcciare un libro nuovo: c'è chi si rifiuta di leggere quarta di copertina, introduzione, commenti in rete per non incappare in sgraditi anticipi di trama, e poi ci sono io che leggo tutto quello che c'è attorno al libro, persino le fascette che sponsorizzano altri libri o ipotetiche vincite a concorsi semisconosciuti. 
Insomma, io me le cerco.
Tutto questo per dire che non solo è tutto anticipato, ma il colpevole è così evidente dalla sua prima apparizione da far venire da piangere. 
E' un susseguirsi di stereotipi letterari: giovane donna con un passato di abusi e sofferenze, poliziotto duro ma con il cuore buono vedovo della moglie incinta di pochi mesi, bambini bambini, bambini ovunque. Personaggi che sono ridotti a figurine da far entrare e uscire solo per confermare lo stereotipo.
Storia banale e prevedibilissima. Vale giusto l'euro e mezzo che ho investito e ha occupato lo spazio di una lettura spegni cervello di cui sentivo la necessità.

Viene scagliato con gran forza giù dalla torre mentale in cui si archiviano i libri.

Consigli di lettura: no, vi voglio troppo bene... leggete altro.

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Notizie da un grande paese - Bill Bryson (prima edizione 1998 - edizione italiana 2017)

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Complice una gita a Milano e un attacco di bulimia di acquisto libri, mi sono trovata in borsa questa nuova uscita di uno dei miei autori preferiti di libri di viaggio. Ne ho già parlato diffusamente in un altro post (Una città o l'altra ). 
Questa volta, però, è stata una vera delusione; non per la forza della sua scrittura, per l'ironia o lo sguardo fanciullo e insieme disincantato con cui guarda il proprio paese d'origine che rimane il suo maggior pregio. 
La delusione viene dal fatto che sia stato presentato come l'ultimo libro di Bill Bryson e invece è stato pubblicato nel 1998. 
Se per un romanzo non fa molta differenza l'anno di pubblicazione perché una storia, se davvero è in grado di parlare al cuore, è eterna, per un reportage di viaggio l'anno di pubblicazione fa la differenza. L'America della fine degli anni '90 non è l'America di vent'anni dopo. Questa pubblicazione è un viaggio amarcord in una grande nazione che è cambiata, più povera, più arrabbiata, diversa.
Mi sarebbe piaciuto leggere il suo punto di vista su questa nuova America.

Consigli di lettura: non per uno sguardo aggiornato, ma per il suo sguardo fanciullesco e insieme divertito.

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domenica 19 marzo 2017

Barbablù - Amélie Nothomb (2012)


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Ho iniziato e finito questo libro l'8 marzo, festa delle donne (non una, ma tante, come tante e diverse e tutte perfette che siamo). Devo dire che questa lettura è stata un bel regalo per festeggiare l'essere donna. Amélie Nothomb è una scrittrice a dir poco disturbante ma, soprattutto, geniale.  Ha un modo estremamente analitico, quasi scientifico, di raccontare l'amore. 
Questa storia in particolare reinventa la fiaba di Barbablu e ce ne regala una versione raffinata e crudele.  La protagonista entra in casa sapendo già che dall'appartamento del suo ospite sono scomparse otto donne, ma lei si ritiene abbastanza disincantata e attenta per non cadere nella tentazione di aprire la porta proibita.

I personaggi, come al solito, sono pochissimi e sono due che interagiscono e che mantengono viva l'azione. 
Don Elemirio Nibal y Milcar è un Grande di Spagna, l'erede di una aristocraticissima famiglia spagnola, che si è volontariamente rinchiuso in un eremitaggio dorato perché non ne poteva più della mediocrità e della noiosità della gente. 
Saturnine è una giovane che insegna all'Ecole du Louvre in cerca di una sistemazione senza troppe pretese per sfuggire al divano bitorzoluto di una amica. Il destino vorrà che incontri l'annuncio dell'aristocratico in cerca di compagnia femminile.

per buona parte del libro Don Elemirio fa la corte a Saturnine senza nasconderle che la stanza proibita ha un meccanismo di morte al suo interno e  Saturnine continua a non essere per niente interessata né all'uomo. né ai suoi soldi, né, soprattutto, al contenuto della stanza. Apprezza invece tutte le comodità e il lusso che le viene messo a disposizione, assieme a dell'ottimo cibo e a dello strepitoso champagne. Insomma, non si deve sforzare di resistergli, non è proprio interessata alla questione. Ho trovato molto interessante tutto questo disinteresse in una riscrittura di una storia che ha come tema centrale le conseguenze tragiche della curiosità.

Ad un certo punto, succede qualcosa e tutto cambia. Come nella vita, del resto.

Senza entrare nei dettagli della trama, ho trovato molto poetico, ma poco consistente il motivo per cui ha scelto e poi collezionato proprio quelle otto donne; e questo mi fa pensare che alcune svolte surreali della Nothomb mi ricordano Murakami anche senza misteriosi uomini pecora che spuntano dove meno te li aspetti.
Ho trovato fulminante la fine, esattamente in linea con l'idea dell'amore come bestia crudele ma bellissima che l'autrice propone spesso nei suoi libri.

Consiglio di lettura: bisogna aver maturato un certo stomaco corazzato alle storture della'amore per apprezzare i suoi libri perché, con la leggerezza di una stola di seta, racconta il nero, il grigio e il rosso sangue che sta dietro il rosa dell'amore.

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domenica 26 febbraio 2017

La chimera - Sebastiano Vassalli (1990)

Più riguardo a La chimera
Libro imprescindibile per il lettori della bassa, di quella zona cioè tra il Ticino e la Sesia (declinata al femminile come vogliono i Vercellesi) che non è più Milano e non è ancora davvero Piemonte. 
Imprescindibile perché, raccontando una storia vera in forma di romanzo ambientata all'inizio del '600, porta alla luce lo spirito di Novara e delle sue campagne con un'acutezza giornalistica e sentimentale insieme che colpisce.

La storia è presto detta: Vassalli, partendo dagli scarni atti di un processo per stregoneria a Novara, ricostruisce in maniera vivida e intensa la vita e il mondo di Antonia, la strega di Zardino. Gli anni sono quelli del ventennio a cavallo del 1600, l'ambiente è Novara e il suo contado, fatto di superstizioni e paganesimo ancora strisciante, di risaie e contadini piegati dalla fatica e dall'invidia per chi sta meglio o è più fortunato. Ci restituisce anche la Novara sotto gli spagnoli, ultimo avamposto sui confini del Ducato di Savoia, a sua volta alleato dei francesi. Racconta però di una Novara viva, descrivendo quello che c'era nel '600 non trascurando di dare indicazioni per orientarsi nel presente. Cosìad esempio, veniamo a sapere che il tribunale dell'Inquisizione era situato in quella che i Novaresi conoscono come piazza del Rosario, per l'omonima chiesa, e la toponomastica individua come Piazza Gramsci e il Broletto era un edificio a sé stante con le vie che gli correvano attorno e non era soffocato dagli edifici che gli sono cresciuti addosso.

Ma non solo la città e la campagna hanno una loro personalità, anche i protagonisti e le comparse di questa tragedia sono creature vive, dotate di pensiero, slanci d'amore e grettezza, gelosie e gentilezze. Motore fondante su cui si innesta l'azione è la vita dell'esposta Antonia, una ragazza di bell'aspetto che viene presa in casa da una coppia di contadini che la crescono come una figlia. La sua storia sarebbe potuta cadere nell'oblio come tante altre se non fosse stata accusata e processata per stregoneria nella Novara del 1610 e se gli atti di quel processo non si fossero salvati dall'azione sgretolante del tempo.
Ci viene raccontata la sua storia e la storia di chi gravita attorno a questa vicenda con attenzione e grande lirismo sia nei sentimenti che nella descrizione degli ambienti. Restituisce anche ad una novarese di adozione come me la poesia di un tramonto in risaia e il brulicare della vita in città indicando con cura i luoghi reali in cui si svolge l'azione.

Se tutto il libro meraviglia e stupisce per le descrizioni, non c'è potenza paragonabile alla scena finale del rogo, con il ritmico dondolio della carrozza che porta Antonia al luogo del supplizio, le ripetizioni ossessive delle litanie, le torce e i lumini che anticipano al tramonto la luce dorata e selvaggia del fuoco, lo spingere e il fluire della folla che accorre a vedere la strega che brucia come se fosse uno spettacolo da circo, tutto contribuisce al crescere della tensione e del climax fino all'atto di pura pietà del boia di stordire la povera vittima e al rogo in cui Antonia muore senza un fiato. E poi il ritorno della pioggia dopo la lunga siccità, come se il sacrificio umano avesse pagato il tributo agli dei della terra. Tutto così poco cattolico...

Consigli di lettura: io l'ho trovato davvero intenso e poetico, quindi consiglio a tutti di leggerlo, soprattutto a chi vive in queste zone, perché parla di luoghi reali e di vite che hanno vissuto e sono scomparse negli stessi luoghi in cui noi viviamo e soffriamo. Dal mio punto di vista Vassalli potrebbe essere visto come un moderno Manzoni, perché il periodo storico di cui parla è lo stesso e perché - come Manzoni ma con meno intento pedagogico paternalista - racconta vite dei poveri che si sono salvate dall'oblio della storia per puro caso, accostandole a figure di comprovata esistenza storica, e dona a tutti una vita interiore intensa e sofferente. 
Davvero un libro magnifico

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mercoledì 15 febbraio 2017

Il libraio che imbrogliò L'Inghilterra - Roald Dahl (2016)

Più che un libro è un'operazione commerciale: due racconti messi insieme per mandarli alle stampe. 

Però si fa anche del bene, perché l'acquisto sostiene una delle associazioni di Dahl a favore dei bambini e quindi ci sta.
Più riguardo a Il libraio che imbrogliò l'Inghilterra

Il titolo è un mega spoiler del primo racconto perché ti dà già la direzione verso cui andrà il racconto e per uno scritto così corto, scritto con l'intento di giocare un po' sul non detto, è proprio un peccato. L'editoria e il cinema italiano non è nuovo allo spoiler nella traduzione del titolo.

Dà anche la falsata impressione che sia un libro per bambini e questi, molto più di altri libri di Dahl, non è proprio per bambini. 

Le tematiche sono più adulte: nel primo racconto c'è un ricatto un po' particolare e nel secondo il dilemma tra la sopravvivenza materiale e il rispetto del proprio talento artistico.

La scrittura però non delude, anche con temi più scabrosi e al limite della fantascienza. I suoi cattivi sono sempre brutti, viscidi e moralmente molto discutibili con quel non so che di disgustoso anche dal punto di vista fisico che ha fatto, secondo me, il suo successo. Sono così poco politicamente corretti da piacere ai grandi e ai piccini.
Peccato che molti dei suoi libri per adulti non siano stati tradotti in italiano... 

La sua perdita è stata davvero un buco che si è aperto nella letteratura dell'infanzia e non solo. Le streghe, Il GGG, La fabbrica di cioccolato sono solo alcuni dei titoli che mi vengono in mente che hanno cambiato per sempre il mio modo di leggere da bambina e ritengo siano titoli imprescindibili per crescere lettori appassionati e divertiti.

Grazie per tutti i brividi, le risate sguaiate e le facce disgustate.

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Madame Bovary - Gustave Flaubert (1856)

Come per molti classici, ho targiversato molto prima di iniziare Madame Bovary. La sensazione è sempre la stessa: quel mix di reverenza e fastidio per un libro che tutti conoscono ma spesso quasi nessuno ha letto davvero. 

Se è un classico, deve essere per forza palloso...

Che danni che fa le scuola, mannaggia a lei!

Mai pensiero fu più errato!
Dopotutto Flaubert scrive furiosamente per farsi leggere, per guadagnarsi da vivere; quindi il target a cui rivolgersi erano persone che avevano molto tempo da riempire, annoiate e danarose. 
In poche parole signorine o signore borghesi e ricche che certo avevano voglia di svagarsi, non rompersi la testa su un libro noioso.
Forse è proprio questo che dovremmo ricordarci: molti romanzi sono stati scritti da persone che lo facevano di mestiere e che dovevano vendere le loro opere per poterne trarre guadagno. 
Altro punto fondamentale è che da Omero in avanti, anzi, dalla saga di Gilgamesh in avanti, gli intrecci che funzionano sono sempre quelli: amori più o meno felici, fughe, combattimenti, furti, eroismi. Quindi un libro che funziona e vende ha sempre degli elementi che risuonano nel gusto del lettore di qualsiasi epoca; perciò è molto probabile che in un libro classico ci sia un elemento tipico che attrae. 

Per questo, dal mio punto di vista, diventano classici quei libri che resistono al passare del tempo e delle epoche continuando a sussurrare all'animo dei lettori anche fuori dal loro ambiente di origine.
Madame Bovary è questo, è una storia che tolta dal suo tempo e ambientata oggi avrebbe la stessa potenza descrittiva e illuminante. 

La vicenda è presto detta: Emma Bovary, infelice e annoiata moglie di un anonimo medico di campagna, sogna una vita più avventurosa e un amore da togliere il fiato. Diventa amante prima di un signorotto locale e poi di una antico corteggiatore che si rivelano non all'altezza dei suoi sogni. Oppressa dai debiti e ricattata da un usuraio, decide di togliersi la vita. 

Il finale è così conosciuto che la mia edizione non ci pensa un minuto a sbatterlo in quarta di copertina. 
D'accordo, lo sanno tutti, ma un minimo di sorpresa, no? 

Eppure la sorpresa c'è, eccome. Io ho passato tutto il libro a pensare che si sarebbe ammazzata perché profondamente delusa dalla realtà dei fatti, perché si rende conto che il meglio a cui anela sempre lei non esiste e la sua continua ricerca è destinata inesorabilmente a fallire... e invece no, si ammazza perché è sommersa dai debiti fatti per compiacersi e compiacere i vari amanti e non sa come confessarlo al marito e come far fronte alle proprie responsabilità.

Adesso che mi soffermo su questo punto mi rendo conto che la mia interpretazione è molto più da romanzo novecentesco. Il nichilismo, il pessimismo, l'insensatezza dell'esistenza sono tematiche più vicine a Camus o a Svevo e Pirandello che a scrittori di metà Ottocento.

Indipendentemente dal motivo che la spinge al suicidio, la forza di questo libro sta nell'accurata descrizione dell'animo, dell'interiorità di Emma. Per quanto possa far venire l'orticaria perché sembra totalmente scollegata dalla realtà che la circonda e persa nelle sue fantasie romantiche, è comunque una donna descritta con acutezza e delicatezza. Flaubert ce la mostra in tutte le sue sfumature, raccontando quelli che prova attimo per attimo, mostrandocela indifesa alle scaltrezze e meschinità dei suoi amanti e proprie.

Non solo Emma è un personaggio complesso e intimamente descritto, anche suo marito -che ama la terra dove cammina Emma, ma fino all'ultimo non la comprende-, gli amanti e i personaggi di contorno hanno una loro vita interiore fatta di convinzioni, slanci e piccole e grandi meschinità. 
Prima di Flaubert nessun uomo era probabilmente stato in grado di mostrarci una donna così in profondità.  Dopo di lui mi viene in mente Ibsen con Casa di bambola (anche perché l'ho visto a teatro in concomitanza della lettura).

Per concludere: meraviglioso. Emma fa venir voglia di prenderla a sberle ma non sarebbe lo stesso se non fosse scritto così superbamente. 

Consiglio di lettura: lettura imprescindibile, ma non obbligata... altrimenti si rischia il lancio dalla finestra.

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domenica 29 gennaio 2017

Il custode del drago - Robin Hobb (2010)

Più riguardo a Il custode del drago
Ho iniziato questo libro piena di aspettativa... mannaggia a me! 


Tutta colpa delle prime due trilogie che mi hanno fatto innamorare disperatamente di questa autrice, ne parlo qui
Sapevo che non sarebbe stata ancora storia di Fitz e che i fatti raccontati in questo filone sono posteriori, ma speravo fosse all'altezza per intrighi e commozione.
Sapevo anche che era il primo libro di una quadrilogia ma non credevo quanto questo pesasse sullo svolgimento dell'azione.

Anche sapendo tutto questo non ero pronta alla lungaggine infinita e pedissequa di questa lettura che mi ha fatto penare più di quanto mi ha divertito.

Ci vogliono trecento pagine su cinquecento perché le protagoniste di questo libro si incontrino e tutte queste pagine servono a delineare per filo e per segno i personaggi senza però renderli davvero sfaccettati e completi di vere contraddizioni come altri suoi personaggi (oh, quanto ci manca Fitz...).

Ci vengono presentati quindi una giovane figlia di mercanti, Alise, appassionata di draghi, che si era già rassegnata ad una vita da zitella perché secondogenita di una famiglia non proprio benestante; la svolta arriva quando un bellissimo e ricco giovane mercante le propone un vero e proprio matrimonio di interesse promettendole fondi per le sue ricerche e tranquillità in cambio dell'ovvio erede. Lei sembra avere trovato le felicità con un uomo estremamente affascinante che si rivelerà il solito egoista prepotente dotato di una doppia vita.

Un'altra delle protagoniste è una draghessa altera ma menomata nata dalla prima schiusa di uova di draghi dell'era moderna. E' antipatica come un gatto stizzoso e pieno di sè... ma è un drago e allora le si può perdonare tutto. Dal mio punto di vista è un po' troppo stereotipato.

Quella che forse tra le tre si salva è una giovane delle Giungle della Pioggia toccata dalla "malattia" delle Giungle, quella di avere il corpo chiazzato di scaglie e gli artigli. Thymara deve la sua stessa esistenza a suo padre, perché quelli come lei vengono esposti alla nascita, eppure non le basta essere sopravvissuta, vuole fare qualcosa della sua vita, vuole realizzarsi; decide quindi di partire per accompagnare i draghi alla ricerca della loro mitica città assieme ad altri come lei.
Tra tutti i personaggi sembra quella curata di più, meno stereotipo e più personaggio vivo.


A parte rispetto a queste tre protagoniste ma comunque importante è Sedric, segretario del marito di Alise, che la accompagna controvoglia nel viaggio alla scoperta dei draghi.
Sedric è un giovane rampollo di una famiglia di mercanti senza molte prospettive perché ha molte sorelle da far maritare; la svolta nella sua vita è la conoscenza di Hest, di cui diventa segretario, confidente e

SPOILER

amante... ma si capisce più o meno dalla prima pagina in cui entrano in scena. Quindi non è poi così spoiler. La storia gay è un coacervo di stereotipi da storia harmony.
Hest è ricco, bellissimo e prepotente e Sedric scopre l'amore e la passione carnale tra le sue braccia da giovanissimo. Hest lo tratta male e Sedric è innamoratissimo e soffre.
Hest si deve sposare perché deve dare un erede alla sua famiglia e Sedric gli consiglia di sposare Alise che è una giovane assennata e intelligente amica delle sue sorelle, che capirà la situazione e vedrà il vantaggio reciproco.
Sedric vuole diventare ricchissimo per scappare con Hest in un posto in cui potrebbero vivere la loro storia d'amore alla luce del sole e Hest coglie la prima occasione per scaricarlo mandandolo ad accompagnare la sua noiosissima moglie e andare a far baldoria con un altro.

A me le storie omosessuali piacciono molto e questa mi ha deluso davvero tanto; ci sono solo meccanismi triti e ritriti... diciamo che le relazioni sentimentali non sono il suo forte, anche se ha un certo talento per quelle familiari.

FINE SPOILER

In conclusione, un sacco di pagine a girare attorno ai personaggi per poi lasciare il libro con un colpo di scena sospeso...

che nervoso!!!


Consiglio di lettura: mi riservo di leggere anche gli altri libri prima di pronunciarmi. Che differenza dalle lodi sperticate per la saga dell'assassino...

E io cosa leggo adesso?

(di solito, se comincio una saga, la finisco in letture disperate... questa volta, no. Nonostante il taglio brusco che anela la lettura, ho deciso di leggere altro, come segno di protesta.
Leggo Madame Bovary.)

sabato 14 gennaio 2017

Expo 58 - Jonathan Coe (2013)

Più riguardo a Expo 58
Scelto solo per riempire il tempo di un viaggio in treno più lungo del solito, devo dire che ha fatto il suo dovere.
La storia ha come protagonista il classico uomo qualunque che si trova in qualcosa di più grande di lui.
E' ambientato durante l'Expo organizzato a Bruxelles nel 1958 e Thomas Foley, figura di scarso valore del Central Office of Information, viene mandato a sovraintendere la gestione del Britannia, ricostruzione di un tipico pub inglese dentro l'Expo.
Il protagonista ha una moglie e una bambina piccola a casa, ma non si fa scrupoli a intrecciare un relazione romantica con una giovane hostess conosciuta sul posto.
Quindi, il protagonista, e il lettore con lui, passa molto tempo a coltivare questa liason mentre nel suo pub cominciano a ruotare tutta una serie di personaggi - americani, russi e inglesi - con cui si relaziona solo in funzione del suo enorme ego.
Il problema è che mentre lui gioca a fare l'inviato del ministero, dentro il suo pub si consuma una fuga di informazioni dagli Stati Uniti verso l'Urss.
Ad un certo punto viene informato dei servizi segreti che gli chiedono di sedurre la giovane americana che sembra essersi avvicinata troppo a quello che sembra essere la spia russa e lui, sempre dall'alto del suo enorme ego, si sacrifica per la patria.
Vi lascio con la curiosità di sapere come va a finire. 

Il libretto è piacevole, la scrittura di Coe è una delle mie preferite, ma siamo davvero ad anni luce da La famiglia Winshaw, La casa del sonno e persino da La pioggia prima che cada.

Il protagonista fa venire un po' di orticaria, la relazione è scontata, la storia di spie è abbastanza prevedibile. L'unico momento davvero emozionante è quando la madre del protagonista gli chiede di andare a vedere i resti della fattoria da cui era scappata durante l'invasione dei tedeschi e in cui aveva lasciato il padre e tutti i suoi fratelli, rastrellati e uccisi poco dopo la fuga delle donne di casa.

Ultima nota molto personale: mi sono appassionata a questo libro anche perché ho avuto modo di visualizzare gli spazi descritti, visto che ho visitato il sito dell'Expo e ho visto l'Atomium che viene più volte citato. 




Consiglio di lettura: se avete un po' di tempo da perdere e avete bisogno di una lettura leggera.

E io cosa leggo adesso?

venerdì 6 gennaio 2017

Una barca nel bosco - Paola Mastrocola (2004)

Ho letto Una barca nel bosco con dodici anni di ritardo... non perché sia la lettura del secolo che può cambiarti la vita se la fai al momento giusto (per me è stato Uno, nessuno e centomila letto a 18 anni) ma perché questo libro avrebbe avuto molto più senso nei primi anni 2000 e, purtroppo, si sente che è invecchiato, non malissimo ma non bene, ecco. 
Più riguardo a Una barca nel bosco


La storia è quella di un ragazzo dotato che dall'isola di pescatori in cui è nato viene mandato a Torino a fare il liceo, perché studiare al nord in un liceo vuol proprio dire studiare davvero.
Peccato che subito si scontri con una scuola che non è pronta ad accogliere i talentuosi e cerca di livellare tutto e tutti verso il basso attraverso l'idea che non si deve davvero studiare ma solo partecipare a questa scuola stimolante e moderna.

La storia ha poi una svolta lirica tutta centrata nell'ansia dell'attesa di una ragazza francese in scambio culturale. Qui la narrazione si interrompe e ritroviamo il protagonista gestore di un bar che racconta la sua vita trascorsa da quel desideratissimo incontro alla situazione attuale. Purtroppo la vicenda prende una direzione di realismo magico sudamericano che disorienta.

Direi che questo romanzo può essere diviso in tre parti:

1. Primi anni di liceo con disorientamento e difficoltà a inserirsi in un ambiente sociale ed economico molto diverso e varie mancanze della scuola, soprattutto di serietà da parte del corpo insegnanti.

2. L'attesa di Corinne che diventa un'attesa mitica

3. La maturità con il realismo magico e la barca nel bosco con flashback esplicativi.

La maggior critica che ho già abbozzato all'inizio è di essere troppo legata al suo anno di pubblicazione.  Parla di mode di ragazzi di dieci anni fa quando la moda è un fatto passeggero e volatile e ha avuto un'accelerazione inaudita soprattutto in campo tecnologico che forse nessuno si aspettava.  Parla degli SMS e degli squilli come se fossero la novità del momento... credo che i sedicenni di oggi non sappiamo neanche cosa sia un SMS.  Sicuramente una roba da vecchi.
Adesso non convince, forse all'uscita è stata vista come la fotografia accurata della realtà della prima decade del terzo millennio.

Altro punto in cui questo libro mi sembra carente è la critica molto superficiale e banale al sistema scuola. Il quadro che ne esce è che la scuola contemporanea sia fatta a misura di fighetto che non ha voglia di studiare e che deve essere coinvolto, stimolato, divertito e supportato. Di contro solo la buona scuola di una volta in cui si imparava tutto a memoria, dove i voti erano una cosa seria a cui bisognava sacrificare ore chinati sui libri si può dire scuola seria. Insomma, una volta sì che si studiava, non adesso che sono tutti dei debosciati. Questa nostalgia per un tempo mitico in cui tutto era meglio mi fa venire un po' di orticaria...

La trovo un'analisi un po' troppo semplicistica del sistema scuola; è vero che le nuove generazioni sembrano sprofondare in una voragine di ignoranza da cui solo pochissimi si ergono con sforzi titanici; ma non si può dire che non ci siano insegnanti preparati e volenterosi che si prendono a cuore questi giovani e che non li vogliono a tutti i costi omologati e inseriti.

Continuando la lettura si può vedere come le altre due parti sono costruite su un flashback: lasciamo Gaspare in attesa di Corinne con un sacco di sogni e lo ritroviamo dietro il bancone di un bar a servire cappuccini. Insomma, da eroe senza macchia e senza paura che aspetta la sua bella francesina che non potrà altro che innamorarsi di lui e... barista.

 Il resto del libro serve a spiegare cos'è successo nel frattempo. Lutti, delusioni accademiche, passioni botaniche... tutto serve a portare a quel momento e alla costruzione del Boscomondo, che rappresenta la svolta magica incomprensibile di un libro fino a quel momento abbastanza comprensibile.

Essere una barca nel bosco è proprio come essere un pesce fuor d'acqua... quindi viene ben descritto quel senso di inadeguatezza alla realtà che prende questo giovane quando si scontra con un mondo che non è più quello protetto dell'isola (Ah, che nostalgia per L'isola di Arturo a cui speravo di paragonare questo libro...); però... però non mi ha convinto fino in fondo. Mi ha dato l'impressione di essere costruito ad arte per parlare a quegli adulti che vogliono parlare a quegli alieni che si chiamano adolescenti. Ecco, c'è troppa condiscendenza in questo libro. 
Mi urta.

Consiglio di lettura: piuttosto L'isola di Arturo.

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