lunedì 21 dicembre 2015

Una città o l'altra - Bill Bryson (1991)

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Bill Bryson per me è una certezza.  Qualunque cosa scriva so che sarà tempo ben speso in compagnia di un amico qualunque a cui capitano avventure impreviste. I suoi racconti di viaggio non sono mirabolanti percorsi avventurosi inavvicinabili dai comuni mortali, ma sono itinerari fattibili da chiunque e affidati alle divinità che sorvegliano i mezzi pubblici e i piccoli viaggiatori solitari.

Quello che lui racconta è esattamente il mio ideale di viaggio: un itinerario di massima con alcuni luoghi imprescindibili, uno zaino in cui portare il mio piccolo pezzetto di casa, un buon abbonamento ai mezzi pubblici e via in solitaria... o, al massimo, con qualcuno con cui sono abbastanza in sintonia da poter sopportare quando il viaggio si fa troppo scomodo o capita qualche incidente di percorso. Compagni così sono davvero rari e si scoprono tante cose sulle amicizie e sulle relazioni quando si perde l'ultima coincidenza utile per un pasto caldo e un luogo sicuro dove dormire o, sventura capitata a cari amici, ti va a fuoco tutto il bagaglio sul tetto dell'autobus che ti sta portando in Iran.

Leggendo Bill Bryson si viaggia con lui, scoprendo quei piccoli tic e idiosincrasie che sono in ognuno di noi e che escono con prepotenza in viaggio. E' esattamente come avere un compagno con cui dividere il viaggio in treno, la scelta dell'albergo o del posto dove mangiare, le piccole gioie e disavventure tipiche.

Tutti i suoi libri di viaggio, tranne quello sull'Appalachian Trail e quello sull'Australia, parlano direttamente al mio cuore e ai miei personali ricordi di viaggio ed è affascinante vedere città e paesi che ho visitato attraverso gli occhi di uno scrittore che viene dal profondo Iowa e ha vissuto molta della sua vita adulta in Gran Bretagna. Dà una prospettiva interessante al suo modo di vedere il mondo.

In particolare questo libro racconta un viaggio in Europa in solitaria usando mezzi pubblici. Da Oslo a Istanbul passando per la Germania, la Svizzera, l'Austria e quella che è ancora la Jugoslavia. Quest'ultimo paese segna quanto sia datato questo libro... in 24 anni molte cose sono cambiate, ma non tutte e alcune considerazioni sono assolutamente attuali. Fa abbastanza impressione, ad esempio, vedere l'Italia dei primissimi anni '90 attraverso gli occhi di un americano. Quando Berlusconi era ancora solo un imprenditore e non una barzelletta mondiale e le città d'arte erano sporche e poco curate. Ops, forse questo non è poi così diverso.

Ogni tanto scivola un po' nello stereotipo e si può notare più facilmente nelle descrizioni dell'Italia, ma è abbastanza scontato che per descrivere un popolo sia necessario generalizzare un po' e quindi cedere allo stereotipo.

Personalmente ho trovato molto tenere le descrizioni di alcune città come Bruxelles e Colonia, visto che sono località che ho visitato da poco e a cui, per vari motivi, mi sono affezionata.

Consiglio di lettura: Lo consiglio a chi voglia farsi un viaggio nella nostalgia del nostro passato recente... l'Europa non è più solo quella descritta in questo libro, anche se molte descrizioni i situazioni non sono mai cambiate.

Vorrei concludere citando lo scrittore proprio su una sensazione che ho sentito spesso quando ero in viaggio: la voglia di tornare a casa.

Ed ero, lo ammetto, pronto ad andare. sentivo la nostalgia della famiglia e del calore di casa mia. Ero stanco del travaglio quotidiano di trovarmi vitto e alloggio, stanco di treni e corriere, stanco di sentirmi costantemente perplesso e perso, stanco soprattutto della piatta compagnia di me stesso. Quante volte, negli ultimi  giorni, ero stato immobile ad ascoltare i miei pensieri oziosi e blateranti e avevo desiderato prendere su e andarmene, lasciando lì il mio ego?
Alo stesso tempo, però, sentivo in me un impulso irrazionale che mi spronava a proseguire. Viaggiare, in qualche modo, produce una forza d'inerzia che ti spinge a continuare, a non fermarti mai. Dopo tutto, quella era l'Asia. Proprio lì, di fronte a me. Asia. Il solo pensiero mi sembrava incredibile. Pochi minuti e l'avrei raggiunta.Avevo ancora dei soldi. Un continente inesplorato si estendeva davanti ai miei occhi.
Non andai. Ordinai un'altra Coca e rimasi a guardare le navi. Forse in circostanze diverse avrei proseguito. Ma ciò, ovviamente, non è né qui né lì.

Credo che tutti i viaggiatori abbiano sentito quella misto di nostalgia di casa e brama di fare ancora un passo, vedere ancora un paese, visitare un'altra piazza. Ogni tanto vince il desiderio di casa e ogni tanto, quando le circostanze sono diverse, vince la brama... e il viaggio ricomincia.

(Neither Here nor There,  né qui né lì, è il titolo originale di questo libro...)

E io cosa leggo adesso?

mercoledì 16 dicembre 2015

GIRO DI VITE - Henry James (1898)


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Giro di vite è un esperimento letterario. Il punto di partenza è la classica storia di fantasmi di britannica tradizione. La stessa introduzione richiama il genere: un gruppo di amici, la sera di Natale, un caminetto e storie da brividi per scaldare la serata. Uno dei convitati offre un brivido in più: non una storia inventata ma, addirittura, il vero diario di un testimone di un evento sovrannaturale.

La divisione in due parti, prima la parte che fa da cappello introduttivo e poi la parte diaristica, si rifa a tutta una serie di precedenti illustri del romanzo gotico e sta proprio in questo tutta l'idea dell'esperimento letterario. Infatti Henry James scrive alla fine dell'ottocento (il libro è pubblicato nel 1898) ma richiama un genere il cui massimo splendore è di un secolo e mezzo prima. 

Come rendere innovativo un genere che ha così tanta storia alle spalle?

Giocando tutto sul non detto, sull'allusione, sul racconto di un testimone che si presenta immediatamente come impressionabile e poco affidabile.

Trovo estremamente moderno questo costruire l'inquietudine che pervade tutto il libro non su eventi sovrannaturali ma sull'ambiguità; sarà vero quello che vede l'istitutrice? I bambini sono stati davvero traviati dai sordidi servitori morti? I bambini sono complici dei fantasmi oppure sono vittime innocenti delle visioni di una donnetta impressionabile al suo primo incarico? Perché lo zio, unico tutore, di questi bambini dice espressamente di non voler essere disturbato?

Le domande continuano per tutto il libro e crescono con l'incedere dell'azione verso il finale parossistico che inquieta ma non risolve.

Io l'ho trovata una lettura molto piacevole, a cui non pesa per niente addosso il secolo compiuto. Anzi, potrebbe essere la nonna di molti thriller psicologici che hanno avuto molto successo all'inizio del duemila, su tutti The Others (2001) con Nicole Kidman.

Consiglio di lettura: per tutti gli appassionati di sovrannaturale alla Poe e poco inclini allo splatter.


E io cosa leggo adesso?