sabato 27 giugno 2015

L'APPRENDISTA ASSASSINO - Robin Hobb (1995)

Più riguardo a L'apprendista assassino
Riemergo dopo una cavalcata lunga sei libri, due trilogie e 3900 pagine e non posso evitare di rendervi partecipi.

Commento il primo libro della serie con l'obiettivo di traviare millemila lettori perché mi è piaciuta davvero tanto e vorrei condividere questo piacere con più persone possibili.

Il primo pensiero che mi è venuto in mente nella lettura è stato un paragone con la serie della Torre Nera di Stephen King. Per chi mi conosce, questo profuma di complimento perché è una delle saghe che più mi hanno emozionato sia nella mia adolescenza che nell'età adulta e che viene riletta a cicli regolari. Anche la storia di FitzChevalier Lungavista (che per buona parte di questo libro è chiamato solo il ragazzo o, in maniera dispregiativa, il ragazzo dei cani) mi ha commosso e mosso qualcosa dentro come hanno saputo fare Roland e Jack della Torre Nera. Un altro punto che ho trovato in comune è che entrambe sono storie di perdenti eroici, di personaggi a cui capita di tutto e di più ma continuano a essere fedeli a idee che non smettono di tradirli: Roland alla Torre, Jack a Roland e Fitz alla dinastia Lungavista.

La storia è un classico topos: un giovane di nascita illegittima che, con la sua sola venuta al mondo, mette in pericolo un futuro re fino a farlo abdicare, il tutto condito da uomini fedeli, fratellastri desiderosi di ottenere il trono con ogni mezzo e un terribile pericolo che viene da lontano. 
Se fosse solo questo, sarebbe una storia banale, una come tante. Ci sono invece alcuni elementi che rendono questo fantasy una ventata di novità in un genere che sembrava aver mostrato già tutto:
Fitz assassino: il ragazzo dei cani ad un certo punto, sul malgrado, smette di essere insignificante e attrae l'attenzione del Re. A lui, suo nonno, oltre che re, giura la sua lealtà in cambio di briciole di considerazione e diventa un assassino nell'ombra per la sua casata, perché, come dice Re Sagace, un'arma gettata via può essere raccolta da qualcun altro e Fitz, come bastardo del re, è un'arma estremamente appuntita. Trovo molto bella l'idea di dargli il ruolo di spia e assassino regale perché lo tiene al centro di tutti gli eventi e, insieme, ai margini della vita di corte. Un modo intelligente di gestire un personaggio di questo tipo.
Tutto è narrato dal punto di vista di uno che non sa mai niente: il racconto è tutto in prima persona, quindi siamo in ogni momento nella testa di Fitz. Questo significa che vediamo quello che vede lui e, soprattutto, sappiamo quello che sa lui... il problema è che, molto spesso, per colpa dell'inesperienza o della deliberata scelta di nascondergli informazioni, lui sa, vede e capisce poco! E quindi vaghiamo quasi ciechi negli intrighi, guidati solo dalla volontà di Umbra, suo mentore e maestro come assassino, altrettanto illegittimo e totalmente dedito alla causa dei Lungavita. Dall'altra parte, il punto di vista del protagonista fa vivere le tragedie e i momenti drammatici intensamente e fa soffrire e penare assieme a questo ragazzino solitario e che ha, come unici affetti, uomini altrettanto soli e feriti come lui. C'è anche da dire che i drammi non mancano e non ci vengono per niente risparmiati, mi sono trovata più volte a cercare di raccogliere i pezzetti del mio cuore infranto assieme a Fitz.
Personaggi ben curati: Fitz incontra una serie di personaggi a cui non si può non affezionarsi. Sono uomini (molti ) e donne (pochissime) che lottano per i propri valori sempre sull'orlo della sconfitta e del dolore, che cercano di fare del loro meglio nella situazione tragica in cui si trovano i Sei Ducati. Primo tra tutti Burrich, il capostalliere e uomo di fiducia del Re-in-attesa Chevalier, rimasto indietro per una brutta ferita ricevuta per difendere il proprio signore, e che si ritrova affidato il bastardino reale. E' un uomo molto solo, che va d'accordo più con gli animali che con gli uomini, lasciato indietro da colui a cui ha immolato la propria vita per prendersi cura della causa della caduta del suo vero re. Dall'inizio alla fine sarà il padre, fratello, amico più devoto a questo ragazzino, anche quando, secondo Fitz, sarà insensibile e crudele con lui.
Bisogna poi ricordare Re Sagace, Veritas riluttante re-in-attesa, Umbra (fratello maggiore di Sagace che, via via che passano i libri, sembra ringiovanire invece di invecchiare) e persino Regal, figlio del re e della seconda moglie che si trasformerà nel principale antagonista della prima trilogia. Menzione a parte per il Matto, quasi invisibile nella prima trilogia e protagonista indiscusso della seconda.
Pochissime le figure femminili importanti, per prima mi viene in mente Dama Pazienza, vedova di Chevalier, che prenderà sotto la sua bizzarra ala il figlio di suo marito; Molly, l'amore di Fitz (non faccio commenti su questo tema nella seconda trilogia... alla faccia del vissero tutti felici e contenti); Kettricken, sacrificio per il suo popolo e regina-in-attesa come moglie di Veritas, cresce con il passare dei libri, da ragazza a donna attraverso fughe, lutti e tradimenti.
Originale gestione della magia, punto cardine di ogni fantasy: l'autrice crea un mondo fantasy in cui la magia non è diffusa e comune ma è limitata ad una specie di diritto di nascita; mette una contro l'altra due tipologie di magia diverse non dal punto di vista morale (magia buona vs magia malvagia) ma per qualità di potere: l'Arte (una specie di telepatia, influenza e scambio di pensieri) e Spirito (empatia molto forte con gli animali e possibilità di legarsi a vita con un animale come compagno). Ovviamente lo Spirito è osteggiato per colpa di pregiudizi sulla presunta bestialità e, ovviamente, il nostro protagonista è dotato di entrambe le magie e le usa al bisogno e spesso in maniera incauta.
Trovo questo punto l'idea vincente di questa serie, su cui si possono costruire i nodi della narrazione e scene estremamente dense di pathos.

Tra le due trilogie preferisco la prima, anche se ha un sacco di momenti tragici e dolorosi... forse la trovo più coraggiosa, meno buonista.
E' stata una lettura che mi ha dato molto divertimento e mi ha molto appassionato... era da tanto che non trovato libri che mi hanno fatto fare le ore piccole, mi hanno inchiodato alla lettura e mi hanno chiesto un gran investimento emotivo come questi.

Consigli di lettura: a tutti quelli che amano il genere fantasy e le lunghe saghe. Io l'ho trovato emozionante e con un'innovativa idea di base.

E io cosa leggo adesso? 

(anche perché, per scrivere questo post senza farmi distrarre dalla vita come al solito, ho fatto un fioretto e non ho letto niente fino adesso... su, apprezzate lo sforzo!)

lunedì 1 giugno 2015

La boutique del mistero, 31 storie di magia quotidiana - Dino Buzzati (1968)

Più riguardo a La boutique del misteroDino Buzzati è un mago, ne sono sempre più convinta. Uno di quei maghi di provincia, con il frac un po' liso ma in ordine e i trucchi ben celati nella sua valigetta. Uno di quei maghi onesti, che fanno i giochi con le carte e con il coniglio, che regalano mistero e meraviglia senza farti credere di essere divinità scese in terra. 
Mi sono permessa questa piccola metafora un po' frusta per visualizzare la sensazione che mi dà la lettura di questo libro di racconti scelti dall'autore. Non è una selezione postuma, ma una scelta consapevole di Buzzati per descrivere e circoscrivere i temi della propria scrittura.

Ogni racconto è un piccolo mondo a sé, un'apparizione, un quadretto magico. La magia appare nel quotidiano, quando e dove meno te la aspetti per illuminare o colorare fuori dall'ordinario, ma anche per posare un velo cupo di indefinito e serpeggiante malessere misterioso.

Questi racconti parlano di estenuanti attese di eventi che non accadono mai, dei meccanismi che fagocitano la volontà umana e la trascinano verso la distruzione, dell'incapacità di affrontare la realtà, della morte e del ricordo, di dio e della santità. 

Ho scelto alcuni racconti che mi hanno colpito in modo particolare; non è detto che siano i più belli, ma sono quelli che in qualche modo hanno fatto risuonare qualcosa dentro di me. Ne faccio qui di seguito una piccola carrellata.

Sette piani: questo è il racconto di una serie di minuscole coincidenze che portano al disastro senza che il protagonista abbia alcuna colpa nel precipitare degli eventi. La storia è quella di un uomo con una leggera indisposizione che si fa ricoverare in una clinica che ha il tratto particolare di aver diviso i malati secondo la gravità: al settimo piano sono ricoverati i casi più lievi, al primo piano invece i casi disperati, in mezzo tutte le gradazioni di malessere. Per una serie di sfortunati casi il protagonista scende, senza nessuna colpa o reale peggioramento delle sue condizioni, dal piano meno grave a quello disperato. E' una discesa nell'abisso senza che ci sia un motivo razionale per questa degradazione del fisico e dello spirito e per questo l'ho trovato estremamente angosciante, molto kafkiano.

Eppure battono alla porta: questo racconto ha un sapore gotico: la situazione di partenza è quella di una famiglia raccolta in salotto che passa tranquillamente la serata. La tranquillità però è interrotta da visite sempre più incalzanti di persone che vengono ad annunciare l'aumentare della pioggia e lo straripamento del fiume che, chiaramente, mette in pericolo la casa e i suoi abitanti. Ad ogni visita sempre più preoccupata, la madre si fa schermo con una negazione assoluta del pericolo, come se ammettere il pericolo significasse distruggere l'equilibrio precario di cortesia e urbanità del suo salotto borghese e sembra quasi preferire la tragedia al turbamento dell'ordine. L'ossessivo ripetere della battuta "eppure battono alla porta" rende il ritmo angoscioso e incalzante verso la tragedia, fino al momento in cui si intuisce chi è che continua a bussare, è il rombo dell'acqua della piena che sta travolgendo la casa e i suoi abitanti.

Il cane che ha visto Dio: il tema sovrannaturale ritorna in tutti i racconti di Buzzati e in questo è incarnato in un randagio che segna con la sua sola presenza la coscienza di un intero paese. Mi è piaciuta molto la scelta di affidare lo sguardo di Dio sul paese ad un bastardino smunto che vive per strada e che, forse, non è neppure davvero presente. 

Il colombre: questo è un tipico racconto del mare, un giovane che vede il mitico mostro portasfortuna e scappa per tutta la vita finché, in punto di morte, si fa raggiungere dal mostro per scoprire in realtà di essere fuggito tutta la sua esistenza alla buona sorte. 

Le gobbe del giardino: questo racconto è molto malinconico e fa riflettere sulla caducità della vita e sull'unica vera immortalità dopo la morte, quella nel ricordo delle persone a cui siamo stati cari. La metafora della memoria come giardino in cui i nostri morti creano una gobba più o meno alta e che rende il passeggiare nei nostri ricordi un percorso accidentato e difficile, a cui però nessuno vuole davvero sottrarsi.


Consiglio di lettura: questo libro è per tutti, per riscoprire la letteratura italiana del Novecento che non ha niente da invidiare alla letteratura mondiale.

E io cosa leggo adesso?