sabato 14 febbraio 2015

Uno, nessuno e centomila - Luigi Pirandello (1926)

La prima volta che ho letto questo libro avevo quindici anni e posso dire che è stata una vera epifania. Cosa c'è di meglio di un libro del genere per accompagnare le riflessioni di una adolescente sulla strada della costruzione della propria personalità? Ecco, diciamo che ero un'adolescente abbastanza equilibrata e quindi Vitangelo non mi ha trascinato nel vortice della sua follia lucida in cui l'unica via di fuga è il totale annullamento del sé.
Ehm, visto da questa prospettiva più che un percorso di formazione è un percorso di decostruzione, di analisi e smontaggio dei meccanismi del sociale, senza però fase costruttiva, senza risoluzione e miglioramento.
Eppure Pirandello è e rimane una lettura illuminante, è stato, per la letteratura italiana, un vero spartiacque che ha raccontato il cuore nero e instabile di ogni essere umano. E' il primo che riflette sul comportamento sociale, sulla frustrazione di non essere mai all'altezza dell'aspettativa sociale, dell'impossibilità di conoscere davvero le persone che ci stanno accanto.

Dal mio punto di vista questa è l'opera che anticipa e riassume tutte le tematiche che fanno di Pirandello un vero classico contemporaneo, un autore che parla al di là del proprio tempo e luogo d'origine. Parla della tragica incomunicabilità di quello che conserviamo nel nostro profondo; racconta come ogni persona porta centomila maschere a seconda del contesto sociale e di chi si trova di fronte e come questo mascheramento spesso è inconsapevole e fonte di dolore e incomprensione; descrive come sia impossibile comprendere in profondità le motivazioni che guidano i comportamenti degli altri.

Vitangelo all'inizio è un borghesotto con la testa vuota e con molto tempo da perdere. Eppure basta un piccolo incidente, il naso che pende da una parte, e tutto si rivolta contro questo omuncolo fino a trasformarlo in un lucido folle che cerca di rompere gli schemi, il muro di gomma in cui tutti ci nascondiamo per non guardare in faccia la tragedia da cui siamo attorniati, con atti da pazzo, per scuotere le coscienze e ottenere una reazione, un sussulto di comprensione da parte delle persone che gli stanno attorno.

Pirandello è davvero un genio nei dialoghi, il teatro è il suo strumento di comunicazione prediletto, infatti il teatro è mezzo molto più adatto del romanzo a veicolare il suo messaggio.
 
Quello che questo libro mi ha insegnato, nonostante la scelta di Vitangelo sia molto annichilente, è  che l'accoglienza e la tolleranza sono l'unica via, perchè nessuno può davvero capire il dolore degli altri e noi non possiamo fare altro che fare spazio senza giudizio. Mi ha insegnato inoltre che per non rimanere incastrati nell'etichetta che la società ti appiccica addosso l'unica strada che si può percorrere è quella della rottura, ma con "senno" e fare pace con l'idea che gli altri non ci vedranno mai come ci vediamo noi e questo però non ci deve far smettere di mostrarci e aprirci agli altri, anche a rischio di soffrire.

E io cosa leggo adesso?