lunedì 21 dicembre 2015

Una città o l'altra - Bill Bryson (1991)

Più riguardo a Una città o l'altra
Bill Bryson per me è una certezza.  Qualunque cosa scriva so che sarà tempo ben speso in compagnia di un amico qualunque a cui capitano avventure impreviste. I suoi racconti di viaggio non sono mirabolanti percorsi avventurosi inavvicinabili dai comuni mortali, ma sono itinerari fattibili da chiunque e affidati alle divinità che sorvegliano i mezzi pubblici e i piccoli viaggiatori solitari.

Quello che lui racconta è esattamente il mio ideale di viaggio: un itinerario di massima con alcuni luoghi imprescindibili, uno zaino in cui portare il mio piccolo pezzetto di casa, un buon abbonamento ai mezzi pubblici e via in solitaria... o, al massimo, con qualcuno con cui sono abbastanza in sintonia da poter sopportare quando il viaggio si fa troppo scomodo o capita qualche incidente di percorso. Compagni così sono davvero rari e si scoprono tante cose sulle amicizie e sulle relazioni quando si perde l'ultima coincidenza utile per un pasto caldo e un luogo sicuro dove dormire o, sventura capitata a cari amici, ti va a fuoco tutto il bagaglio sul tetto dell'autobus che ti sta portando in Iran.

Leggendo Bill Bryson si viaggia con lui, scoprendo quei piccoli tic e idiosincrasie che sono in ognuno di noi e che escono con prepotenza in viaggio. E' esattamente come avere un compagno con cui dividere il viaggio in treno, la scelta dell'albergo o del posto dove mangiare, le piccole gioie e disavventure tipiche.

Tutti i suoi libri di viaggio, tranne quello sull'Appalachian Trail e quello sull'Australia, parlano direttamente al mio cuore e ai miei personali ricordi di viaggio ed è affascinante vedere città e paesi che ho visitato attraverso gli occhi di uno scrittore che viene dal profondo Iowa e ha vissuto molta della sua vita adulta in Gran Bretagna. Dà una prospettiva interessante al suo modo di vedere il mondo.

In particolare questo libro racconta un viaggio in Europa in solitaria usando mezzi pubblici. Da Oslo a Istanbul passando per la Germania, la Svizzera, l'Austria e quella che è ancora la Jugoslavia. Quest'ultimo paese segna quanto sia datato questo libro... in 24 anni molte cose sono cambiate, ma non tutte e alcune considerazioni sono assolutamente attuali. Fa abbastanza impressione, ad esempio, vedere l'Italia dei primissimi anni '90 attraverso gli occhi di un americano. Quando Berlusconi era ancora solo un imprenditore e non una barzelletta mondiale e le città d'arte erano sporche e poco curate. Ops, forse questo non è poi così diverso.

Ogni tanto scivola un po' nello stereotipo e si può notare più facilmente nelle descrizioni dell'Italia, ma è abbastanza scontato che per descrivere un popolo sia necessario generalizzare un po' e quindi cedere allo stereotipo.

Personalmente ho trovato molto tenere le descrizioni di alcune città come Bruxelles e Colonia, visto che sono località che ho visitato da poco e a cui, per vari motivi, mi sono affezionata.

Consiglio di lettura: Lo consiglio a chi voglia farsi un viaggio nella nostalgia del nostro passato recente... l'Europa non è più solo quella descritta in questo libro, anche se molte descrizioni i situazioni non sono mai cambiate.

Vorrei concludere citando lo scrittore proprio su una sensazione che ho sentito spesso quando ero in viaggio: la voglia di tornare a casa.

Ed ero, lo ammetto, pronto ad andare. sentivo la nostalgia della famiglia e del calore di casa mia. Ero stanco del travaglio quotidiano di trovarmi vitto e alloggio, stanco di treni e corriere, stanco di sentirmi costantemente perplesso e perso, stanco soprattutto della piatta compagnia di me stesso. Quante volte, negli ultimi  giorni, ero stato immobile ad ascoltare i miei pensieri oziosi e blateranti e avevo desiderato prendere su e andarmene, lasciando lì il mio ego?
Alo stesso tempo, però, sentivo in me un impulso irrazionale che mi spronava a proseguire. Viaggiare, in qualche modo, produce una forza d'inerzia che ti spinge a continuare, a non fermarti mai. Dopo tutto, quella era l'Asia. Proprio lì, di fronte a me. Asia. Il solo pensiero mi sembrava incredibile. Pochi minuti e l'avrei raggiunta.Avevo ancora dei soldi. Un continente inesplorato si estendeva davanti ai miei occhi.
Non andai. Ordinai un'altra Coca e rimasi a guardare le navi. Forse in circostanze diverse avrei proseguito. Ma ciò, ovviamente, non è né qui né lì.

Credo che tutti i viaggiatori abbiano sentito quella misto di nostalgia di casa e brama di fare ancora un passo, vedere ancora un paese, visitare un'altra piazza. Ogni tanto vince il desiderio di casa e ogni tanto, quando le circostanze sono diverse, vince la brama... e il viaggio ricomincia.

(Neither Here nor There,  né qui né lì, è il titolo originale di questo libro...)

E io cosa leggo adesso?

mercoledì 16 dicembre 2015

GIRO DI VITE - Henry James (1898)


Più riguardo a Giro di vite 
Giro di vite è un esperimento letterario. Il punto di partenza è la classica storia di fantasmi di britannica tradizione. La stessa introduzione richiama il genere: un gruppo di amici, la sera di Natale, un caminetto e storie da brividi per scaldare la serata. Uno dei convitati offre un brivido in più: non una storia inventata ma, addirittura, il vero diario di un testimone di un evento sovrannaturale.

La divisione in due parti, prima la parte che fa da cappello introduttivo e poi la parte diaristica, si rifa a tutta una serie di precedenti illustri del romanzo gotico e sta proprio in questo tutta l'idea dell'esperimento letterario. Infatti Henry James scrive alla fine dell'ottocento (il libro è pubblicato nel 1898) ma richiama un genere il cui massimo splendore è di un secolo e mezzo prima. 

Come rendere innovativo un genere che ha così tanta storia alle spalle?

Giocando tutto sul non detto, sull'allusione, sul racconto di un testimone che si presenta immediatamente come impressionabile e poco affidabile.

Trovo estremamente moderno questo costruire l'inquietudine che pervade tutto il libro non su eventi sovrannaturali ma sull'ambiguità; sarà vero quello che vede l'istitutrice? I bambini sono stati davvero traviati dai sordidi servitori morti? I bambini sono complici dei fantasmi oppure sono vittime innocenti delle visioni di una donnetta impressionabile al suo primo incarico? Perché lo zio, unico tutore, di questi bambini dice espressamente di non voler essere disturbato?

Le domande continuano per tutto il libro e crescono con l'incedere dell'azione verso il finale parossistico che inquieta ma non risolve.

Io l'ho trovata una lettura molto piacevole, a cui non pesa per niente addosso il secolo compiuto. Anzi, potrebbe essere la nonna di molti thriller psicologici che hanno avuto molto successo all'inizio del duemila, su tutti The Others (2001) con Nicole Kidman.

Consiglio di lettura: per tutti gli appassionati di sovrannaturale alla Poe e poco inclini allo splatter.


E io cosa leggo adesso?

martedì 29 settembre 2015

Orgoglio e pregiudizio e zombie - Jane Austen, Seth Grahame-Smith (2009)

Più riguardo a Orgoglio e pregiudizio e zombie
Alle volte capita anche il libro brutto. Succede, è destino.


Non possono sempre essere chicche meravigliose che scaldano il cuore e sorprendono il topolino lettore che vive dentro di me. Alle volte bisogna rassegnarsi che i libri che sembravano avere un certo potenziale di avventura e divertimento si dimostrino esercizietti commerciali a fini puramente remunerativi.

Ecco, questo libro è proprio quello che intendo con libri delusione. La storia è esattamente il riassuntino semplificato del capolavoro di Jane Austen con l'aggiunta di qui e là di zombie come adesivi appiccicati a caso. Nessun cambiamento nella trama, nessuna variazione se non quella di dotare le sorelle Bennet di una preparazione nelle arti mortali per ammazzare gli zombie al servizio dell'Inghilterra e l'infezione di uno dei personaggi minori. 

A proposito di questa trasformazione in zombie devo dire che è l'unica parte di un lieve interesse. Unica svolta di trama che si risolve con due personaggi morti e uno con un gesto completamente fuori carattere. 

Lo sconsiglio caldamente a tutti. Tempo perso e l'unica cosa interessante è la copertina.

Che tristezza.

E io cosa leggo adesso?

mercoledì 16 settembre 2015

La vita sessuale dei nostri antenati - Bianca Pitzorno (2015)

Più riguardo a La vita sessuale dei nostri antenati
Ho conosciuto la Pitzorno con questo libro, con un libro scritto per un pubblico adulto, e non l'avrei preso in considerazione se non l'avesse consigliato un blog di libri che mi dà sempre idee interessanti (al link un'intervista all'autrice) e se non me lo fossi trovato sbattuto in faccia nella libreria di una cara amica. 

Tutto questo per dire che il destino si è dovuto impegnare un bel po' per farmi leggere "La vita sessuale dei nostri antenati". Tutto questo anche per dire che non ho la possibilità di fare confronti con i suoi libri per bambin* e ragazz* perché non li ho incontrati al momento giusto.

Posso dire però che questa lettura mi ha appassionato e mi è piaciuta tantissimo. L'ho trangugiato in meno di una giornata. Trovo lo stile asciutto e scorrevole che fa apprezzare la vicenda senza perdere le sfumature emotive e i dettagli descrittivi (le ombre delle foglie sul braccio di Estrella che la rendono maculata e quasi livida; i segni della decadenza fisica dello sciamano tutta giocata su pennellate veriste).


Ada - Adita per distinguerla dalla capofamiglia - è la protagonista di questo libro ed è il nostro file rouge; infatti è attraverso il suo personalissimo punto di vista che seguiamo il dipanarsi delle vicende e la scoperta della saga familiare (il libro è scritto in terza persona limitata - giusto per fare un po' di tecnicismo - e l'espediente permette di seguire i moti interiori di Ada e di raccontare vicende lontane nel tempo senza che si perda continuità nella narrazione).
Ada è una donna razionale, ha 37 anni nel 1979, ha vissuto il '68, la liberazione sessuale, ha fatto la contestazione, convive e non ha figli, si sente, insomma, una donna emancipata, moderane e libera dal carico del retaggio ancestrale dei doveri, obblighi e superstizioni provenienti dalla famiglia e del paesino da cui proviene. Il libro, infatti, si apre con un orgasmo estremamente soddisfacente e adultero su cui Ada pontifica (orgasmo che sembra essere l'emblema del suo essere emancipata, libera e moderna) e una fuga indignata durante l'intervento di uno studioso di antropologia in grado di dialogare con le immagini dei morti tramite una giovanissima studentessa dotata, a dire dello studioso, di capacità medianiche.

L'immagine che ci viene proposta è quindi quella di una donna tutta d'un pezzo, razionale, senza derive "isteriche" nella tradizione e nella superstizione. Tutto questo però non le impedirà di essere visitata ripetutamente da sogni ammonitori e svelatori, di sacrificare un gallo ad Asclepio, di parlare con le proprie antenate attraverso il loro diario o le loro lettere e di essere coinvolta suo malgrado in tutti gli intrighi, gli scandali e i segreti della sua famiglia.

Il messaggio di questo libro sembra essere che tutte le famiglie hanno segreti e le custodi più o meno volontarie sono le donne; donne a cui è negata la parola per proprio pudore o vergogna o per scelta, per diventare consapevoli conservatrici del bene del nucleo familiare. Bianca Pitzorno dà voce a ogni donna sia in modo plateale (il diario di nonna Ada è il compendio di qualsiasi libercolo di letteratura esplicita, altro che le cinquanta sfumature di noia), sia nelle più accorte e sublimi allusioni per chi si è nascosto e protetto per tutta la vita.

Un altro punto che mi ha fatto amare questo libro è la quantità di misteri e intrighi presenti, tutti svelati, per fortuna, entro la fine. Tutti, tranne uno che rimane molto ben celato proprio fino alle ultime pagine, così bene da quasi non far neppure sospettare la presenza di un segreto. Questo mistero rimane celato e c'è per chi lo vuol vedere, Vengono però dati tutti gli elementi per avere la soluzione senza che questa venga spiattellata, confidando quindi nell'intelligenza del lettore.

Ci sarebbe ancora da parlare delle passioni segrete, degli amori impossibili e di quelli sconvenienti, delle violenze, di quanto basti un soffio per nascere in una famiglia bene o in una di disgraziati, di Armellina, di Carla Eugenia, di Jimena... ma perché rovinarvi il piacere di scoprire da soli i misteri e i segreti conservati ben oltre la morte.

Due cose mi restano da dire:
Chi diavolo è Estella? Mi viene da pensare che che sia proprio quello che non dice di essere: una facilitatrice per far parlare i morti, anzi, le morte, perché è dall'incontro con lei che Ada comincia ad affrontare il suo passato e quello della sua famiglia conoscendo, finalmente, tutte le sue antenate e, infine, sua madre.
La seconda è un ringraziamento:  grazie Clorinda per tutto quello che sei stata.

Consiglio di lettura:  a chi ama le saghe familiari, a chi crede che le donne siano la memoria della storia minuta, a chi ritiene che non si dia abbastanza voce alle donne.

E io cosa leggo adesso?

giovedì 3 settembre 2015

Il golem e il genio - Helene Wecker (2013)

Più riguardo a Il genio e il golem

Questo è uno di quei libri su cui non scommetto una lira. Uno di quei libri che leggo perché sono lì in libreria a prendere polvere e io ho bisogno di qualcosa di assolutamente inconsistente per riprendermi magari da una megameratona o da un libro traumatico. Solitamente valgono poco, giusto come spegnicervello come dice una cara amica. Con questa disposizione d'animo leggo un sacco di romanzi rosa (Rosamunde Pilcher è la mia preferita, c'è sempre un cottage nella brughiera e un bel ragazzo brizzolato con il maglione che mi aspetta da qualche parte con lei); mi lascio tentare dalla fantascienza da banco; prendo in mano libri che non ho degnato di uno sguardo fino a quel momento; mi tuffo alla ricerca di qualsiasi cosa mi tenga compagnia e non pretenda nessuno sforzo da parte mia (ecco perché non leggo gialli quando sono in questa fase, mi sembrerebbe di buttarli via).

In questo caso l'acquisto era stato fatto dal mio alto potenziale di riferimento perché la copertina era accattivante ed era stato abbandonato sulla nostra libreria in attesa di collocazione. Credo che sia abbastanza chiaro che è stata la noia a farmelo prendere in mano e devo anche ammettere che l'avevo già iniziato in precedenza ma poi lo avevo abbandonato dopo poche pagine.
Alla seconda lettura mi ha sorpreso rendermi conto che la storia mi avvinceva e divertiva più di quanto mi aspettassi.

La storia è ambientata alla fine dell'Ottocento a New York e si occupa in parallelo di una golem creata per essere una buona moglie che nel viaggio verso l'America perde il suo padrone e un genio, uno spirito della tradizione mediorientale, che viene liberato da uno stagnino in mezzo a Little Syria. La comunità ebraica e quella dei cristiani copti siriani vivono a stretto contatto ma, desiderosi di tenersi strette il più possibile le proprie tradizioni e gli usi del proprio paese d'origine, sembrano essere distanti migliaia di chilometri. Eppure questi due esseri, così diversi tra loro eppure così simili nella loro solitudine di stranieri in terra straniera, saranno in grado di riscattarsi e trovare un loro spazio in questa America così accogliente e spaventosa assieme.

Come dicevo, le storie sono seguite in parallelo, i due personaggi principali si incontrano per caso e hanno appena il tempo di scoprire uno il segreto dell'altra prima di essere trascinati via nel turbine delle loro vite. Passeranno tutto il resto del libro a cercarsi nonostante lui sia un genio tutto votato alla soddisfazione dei propri piaceri e lei invece vorrebbe fare solo una vita ritirata senza essere assediata dai bisogni di chiunque (che lei, creata per soddisfare ogni necessità del suo padrone, sente senza che nessuno parli).

Di questo libro mi è piaciuto molto l'intreccio, come sono state gestite le due storie che avanzavano di pari passo senza quasi mai sfiorarsi; ho trovato che questi personaggi abbiano una loro crescita, entrambi catapultati in un tempo e in un luogo che non apparteneva loro, alla ricerca di un loro spazio e una ragione di vita non imposta dall'esterno; mi è piaciuto l'elemento di pericolo perché c'è un personaggio che dà la caccia sia alla golem che al genio per sfruttarne i poteri; ho trovato ben descritto l'ambiente in cui si muovono, in questa N.Y. che cambia ad ogni angolo, dai quartieri ricchi ai vari quartieri etnici così chiusi su se stessi da essere piccole isole; mi ha lasciata soddisfatta il finale, non melenso e non troppo scontato.

Devo dire che questo libro mi ha divertito molto più di quanto mi aspettassi e mi ha tenuta incollata alla pagina.

Consiglio di lettura: nonostante la presenza di creature della tradizione folkloristica di due popoli non me la sento di definirlo fantasy, perché è un libro bel inserito nel contesto - l'America delle opportunità per tutti, degli immigrati della fine dell'Ottocento inizio Novecento - che ne fa quasi un libro storico, di costume. Ecco perché non lo consiglio ai lettori fantasy, ma a quelli a cui piacciono i romanzi "in costume" se così si può dire. La storia è ben congegnata e appassionante e la lettura non è per niente impegnativa nonostante la mole.

E io cosa leggo adesso?

venerdì 28 agosto 2015

L'estate della paura - Dan Simmons (1991)

Più riguardo a L'estate della paura
Non è la copertina dell'edizione che ho letto io ma anche questa è un bel po' inquietante.

Di Simmons ho letto tanto e il mio cuore sarà sempre legato all'immaginifico ciclo di Hyperion ed Endymion, ma anche altri suoi libri mi hanno regalato brividi, commozione, incubi e  notti insonni per leggere un altro capitolo ancora.
Uno di questi è proprio L'estate della paura.
L'ho riletto da poco, dopo averlo letto più di dieci anni fa, e devo dire che non ha tradito le aspettative.
La storia è presto raccontata: estate, un gruppetto di ragazzini, morti inspiegate, una serie di adulti inquietanti, un segreto e un terrificante edificio abbandonato. Gli ingredienti per un bel librone truce ci sono tutti e vengono ben impiegati per tenermi incollata alla pagina.
Con un occhio un po' meno innamorato e un po' più critico, si potrebbe segnalare una serie di punti di contatto con It di Stephen King: l'estate come stagione di passaggio tra infanzia e adolescenza, gruppo di bambini che vivono orrori oltre ogni sopportazione e sopravvivono, un mostro che pulsa nel cuore malato di una città e ne avvelena abitanti e paesaggi, un segreto che si tramanda nelle generazioni. Certo, Dan Simmons deve pagare il suo tributo al maestro dell'horror, ma non è una mera scopiazzatura. 
Trovo mirabili alcune delle trovate orrorifiche tra cui la descrizione del camion del custode carico di carogne che trasuda ondate di putrescenza in grado di colpire fisicamente; il brulicare delle larve e lo sfaldarsi delle carni marcescenti mi fanno ancora salire un conato. Un altro pezzo di bravura è la descrizione della morte di un personaggio travolto da una mietitrebbiatrice senza conducente... anche a causa del personaggio, questo è uno dei pezzi che più mi stringe il cuore. Da segnalare anche il soldato fantasma e le tane dei vermoni giganti (lo so che detto così fa un po' ridere, ma la descrizione è quella dell'interno di uno stomaco che pulsa e rumoreggia in attesa che qualcosa ci cada dentro per digerirlo); trovarsene una sotto il portico di casa deve essere un bel po' spaventoso. Dan Simmons conferma la sua capacità di far vivere l'orrore coinvolgendo tutti i sensi (ah, la crocifissione sull'albero di spine con il pulsare del rosso crucimorfo... eh, il primo Hyperion non si scorda mai).

Il personaggio meglio riuscito secondo me è Duane, il ragazzino iperdotato, figlio di un iperdotato traumatizzato dalla vita che si è ritirato nella campagna più profonda in un eremitaggio forzato con la sola compagnia delle sue invenzioni, la bottiglia e questo figlio tanto amato ma così poco capito. Fa una tenerezza disarmante il tentativo malestro di Duane di rendersi invisibile e innocuo al punto che a scuola lo considerano un rozzo contadinotto sempre vestito, estate e inverno, con pantaloni di velluto e una camicia a quadri con le maniche lunghe. Eppure dietro questa immagine c'è una mente acutissima che è dovuta crescere troppo in fretta per prendersi cura di sé e di un padre che non si è mai ripreso dalla morte della moglie, trovando solo nella sua collezione di radioline quella gioia infantile di avere qualcosa tutto per sé. Attraverso il suo pensiero e le sue scoperte l'indagine del  mistero prende forma e si avvia alla soluzione; sarà infatti proprio lui  a scoprire cosa c'è dietro alle sparizioni misteriose e agli orrori che si sono risvegliati nella cittadina.
Da lettrice piango ancora il suo destino... eppure non poteva che andare così.

La scelta invece peggio riuscita è, secondo me, la scelta della fonte dell'orrore. DA QUI SPOILER. Nell'ambiente dell'America rurale degli anni '50, in piena guerra fredda, con il primo satellite russo che sta per essere lanciato, l'orrore nella scuola è una cavolo di campana dei Borgia? Ma da dove diamine gli è venuta fuori la trovata del possidente che si fa un giro in Italia e che come souvenir si fa mandare una campana? Ma poi perché dei Borgia? Perché la vox populi li ha dipinti come il male incarnato?
Non capisco proprio questa sua scelta, come se d'un tratto gli fosse venuto un attacco di saccenza intellettualoide in un romanzo di genere che non aveva certo né bisogno né i presupposti per questa uscita da storico del pettegolezzo.  FINE SPOILER

Al di là degli sfoghi per le scelte non proprio azzeccate, credo che questo sia un libro gradevolissimo che merita il vostro tempo per una lettura di piacevole svago. Da segnalare anche una specie di seguito che in italiano è intitolato L'inverno della paura (mentre il titolo originale, molto più coerente con la storia è A Winter Houting... gli editori italiani danno l'impressione di considerare i loro lettori come mucche da indirizzare con segnali brevi e semplici) che riprende due dei personaggi principali.

Consigli di lettura: Dan Simmons è sempre consigliatissimo, nonostante i suoi alti e bassi. In questo caso direi che è suggerito a chi ha voglia di un bel horror ambientato in quell'America lontana in cui le casette, da fuori, sembrano tutte linde e pulite con il loro steccato bianco e l'apple pie che si raffredda sulla finestra della cucina e invece, dentro, nascondono cadaveri semoventi di maestre putrescenti che riluccicano di un bagliore livido.

sabato 27 giugno 2015

L'APPRENDISTA ASSASSINO - Robin Hobb (1995)

Più riguardo a L'apprendista assassino
Riemergo dopo una cavalcata lunga sei libri, due trilogie e 3900 pagine e non posso evitare di rendervi partecipi.

Commento il primo libro della serie con l'obiettivo di traviare millemila lettori perché mi è piaciuta davvero tanto e vorrei condividere questo piacere con più persone possibili.

Il primo pensiero che mi è venuto in mente nella lettura è stato un paragone con la serie della Torre Nera di Stephen King. Per chi mi conosce, questo profuma di complimento perché è una delle saghe che più mi hanno emozionato sia nella mia adolescenza che nell'età adulta e che viene riletta a cicli regolari. Anche la storia di FitzChevalier Lungavista (che per buona parte di questo libro è chiamato solo il ragazzo o, in maniera dispregiativa, il ragazzo dei cani) mi ha commosso e mosso qualcosa dentro come hanno saputo fare Roland e Jack della Torre Nera. Un altro punto che ho trovato in comune è che entrambe sono storie di perdenti eroici, di personaggi a cui capita di tutto e di più ma continuano a essere fedeli a idee che non smettono di tradirli: Roland alla Torre, Jack a Roland e Fitz alla dinastia Lungavista.

La storia è un classico topos: un giovane di nascita illegittima che, con la sua sola venuta al mondo, mette in pericolo un futuro re fino a farlo abdicare, il tutto condito da uomini fedeli, fratellastri desiderosi di ottenere il trono con ogni mezzo e un terribile pericolo che viene da lontano. 
Se fosse solo questo, sarebbe una storia banale, una come tante. Ci sono invece alcuni elementi che rendono questo fantasy una ventata di novità in un genere che sembrava aver mostrato già tutto:
Fitz assassino: il ragazzo dei cani ad un certo punto, sul malgrado, smette di essere insignificante e attrae l'attenzione del Re. A lui, suo nonno, oltre che re, giura la sua lealtà in cambio di briciole di considerazione e diventa un assassino nell'ombra per la sua casata, perché, come dice Re Sagace, un'arma gettata via può essere raccolta da qualcun altro e Fitz, come bastardo del re, è un'arma estremamente appuntita. Trovo molto bella l'idea di dargli il ruolo di spia e assassino regale perché lo tiene al centro di tutti gli eventi e, insieme, ai margini della vita di corte. Un modo intelligente di gestire un personaggio di questo tipo.
Tutto è narrato dal punto di vista di uno che non sa mai niente: il racconto è tutto in prima persona, quindi siamo in ogni momento nella testa di Fitz. Questo significa che vediamo quello che vede lui e, soprattutto, sappiamo quello che sa lui... il problema è che, molto spesso, per colpa dell'inesperienza o della deliberata scelta di nascondergli informazioni, lui sa, vede e capisce poco! E quindi vaghiamo quasi ciechi negli intrighi, guidati solo dalla volontà di Umbra, suo mentore e maestro come assassino, altrettanto illegittimo e totalmente dedito alla causa dei Lungavita. Dall'altra parte, il punto di vista del protagonista fa vivere le tragedie e i momenti drammatici intensamente e fa soffrire e penare assieme a questo ragazzino solitario e che ha, come unici affetti, uomini altrettanto soli e feriti come lui. C'è anche da dire che i drammi non mancano e non ci vengono per niente risparmiati, mi sono trovata più volte a cercare di raccogliere i pezzetti del mio cuore infranto assieme a Fitz.
Personaggi ben curati: Fitz incontra una serie di personaggi a cui non si può non affezionarsi. Sono uomini (molti ) e donne (pochissime) che lottano per i propri valori sempre sull'orlo della sconfitta e del dolore, che cercano di fare del loro meglio nella situazione tragica in cui si trovano i Sei Ducati. Primo tra tutti Burrich, il capostalliere e uomo di fiducia del Re-in-attesa Chevalier, rimasto indietro per una brutta ferita ricevuta per difendere il proprio signore, e che si ritrova affidato il bastardino reale. E' un uomo molto solo, che va d'accordo più con gli animali che con gli uomini, lasciato indietro da colui a cui ha immolato la propria vita per prendersi cura della causa della caduta del suo vero re. Dall'inizio alla fine sarà il padre, fratello, amico più devoto a questo ragazzino, anche quando, secondo Fitz, sarà insensibile e crudele con lui.
Bisogna poi ricordare Re Sagace, Veritas riluttante re-in-attesa, Umbra (fratello maggiore di Sagace che, via via che passano i libri, sembra ringiovanire invece di invecchiare) e persino Regal, figlio del re e della seconda moglie che si trasformerà nel principale antagonista della prima trilogia. Menzione a parte per il Matto, quasi invisibile nella prima trilogia e protagonista indiscusso della seconda.
Pochissime le figure femminili importanti, per prima mi viene in mente Dama Pazienza, vedova di Chevalier, che prenderà sotto la sua bizzarra ala il figlio di suo marito; Molly, l'amore di Fitz (non faccio commenti su questo tema nella seconda trilogia... alla faccia del vissero tutti felici e contenti); Kettricken, sacrificio per il suo popolo e regina-in-attesa come moglie di Veritas, cresce con il passare dei libri, da ragazza a donna attraverso fughe, lutti e tradimenti.
Originale gestione della magia, punto cardine di ogni fantasy: l'autrice crea un mondo fantasy in cui la magia non è diffusa e comune ma è limitata ad una specie di diritto di nascita; mette una contro l'altra due tipologie di magia diverse non dal punto di vista morale (magia buona vs magia malvagia) ma per qualità di potere: l'Arte (una specie di telepatia, influenza e scambio di pensieri) e Spirito (empatia molto forte con gli animali e possibilità di legarsi a vita con un animale come compagno). Ovviamente lo Spirito è osteggiato per colpa di pregiudizi sulla presunta bestialità e, ovviamente, il nostro protagonista è dotato di entrambe le magie e le usa al bisogno e spesso in maniera incauta.
Trovo questo punto l'idea vincente di questa serie, su cui si possono costruire i nodi della narrazione e scene estremamente dense di pathos.

Tra le due trilogie preferisco la prima, anche se ha un sacco di momenti tragici e dolorosi... forse la trovo più coraggiosa, meno buonista.
E' stata una lettura che mi ha dato molto divertimento e mi ha molto appassionato... era da tanto che non trovato libri che mi hanno fatto fare le ore piccole, mi hanno inchiodato alla lettura e mi hanno chiesto un gran investimento emotivo come questi.

Consigli di lettura: a tutti quelli che amano il genere fantasy e le lunghe saghe. Io l'ho trovato emozionante e con un'innovativa idea di base.

E io cosa leggo adesso? 

(anche perché, per scrivere questo post senza farmi distrarre dalla vita come al solito, ho fatto un fioretto e non ho letto niente fino adesso... su, apprezzate lo sforzo!)

lunedì 1 giugno 2015

La boutique del mistero, 31 storie di magia quotidiana - Dino Buzzati (1968)

Più riguardo a La boutique del misteroDino Buzzati è un mago, ne sono sempre più convinta. Uno di quei maghi di provincia, con il frac un po' liso ma in ordine e i trucchi ben celati nella sua valigetta. Uno di quei maghi onesti, che fanno i giochi con le carte e con il coniglio, che regalano mistero e meraviglia senza farti credere di essere divinità scese in terra. 
Mi sono permessa questa piccola metafora un po' frusta per visualizzare la sensazione che mi dà la lettura di questo libro di racconti scelti dall'autore. Non è una selezione postuma, ma una scelta consapevole di Buzzati per descrivere e circoscrivere i temi della propria scrittura.

Ogni racconto è un piccolo mondo a sé, un'apparizione, un quadretto magico. La magia appare nel quotidiano, quando e dove meno te la aspetti per illuminare o colorare fuori dall'ordinario, ma anche per posare un velo cupo di indefinito e serpeggiante malessere misterioso.

Questi racconti parlano di estenuanti attese di eventi che non accadono mai, dei meccanismi che fagocitano la volontà umana e la trascinano verso la distruzione, dell'incapacità di affrontare la realtà, della morte e del ricordo, di dio e della santità. 

Ho scelto alcuni racconti che mi hanno colpito in modo particolare; non è detto che siano i più belli, ma sono quelli che in qualche modo hanno fatto risuonare qualcosa dentro di me. Ne faccio qui di seguito una piccola carrellata.

Sette piani: questo è il racconto di una serie di minuscole coincidenze che portano al disastro senza che il protagonista abbia alcuna colpa nel precipitare degli eventi. La storia è quella di un uomo con una leggera indisposizione che si fa ricoverare in una clinica che ha il tratto particolare di aver diviso i malati secondo la gravità: al settimo piano sono ricoverati i casi più lievi, al primo piano invece i casi disperati, in mezzo tutte le gradazioni di malessere. Per una serie di sfortunati casi il protagonista scende, senza nessuna colpa o reale peggioramento delle sue condizioni, dal piano meno grave a quello disperato. E' una discesa nell'abisso senza che ci sia un motivo razionale per questa degradazione del fisico e dello spirito e per questo l'ho trovato estremamente angosciante, molto kafkiano.

Eppure battono alla porta: questo racconto ha un sapore gotico: la situazione di partenza è quella di una famiglia raccolta in salotto che passa tranquillamente la serata. La tranquillità però è interrotta da visite sempre più incalzanti di persone che vengono ad annunciare l'aumentare della pioggia e lo straripamento del fiume che, chiaramente, mette in pericolo la casa e i suoi abitanti. Ad ogni visita sempre più preoccupata, la madre si fa schermo con una negazione assoluta del pericolo, come se ammettere il pericolo significasse distruggere l'equilibrio precario di cortesia e urbanità del suo salotto borghese e sembra quasi preferire la tragedia al turbamento dell'ordine. L'ossessivo ripetere della battuta "eppure battono alla porta" rende il ritmo angoscioso e incalzante verso la tragedia, fino al momento in cui si intuisce chi è che continua a bussare, è il rombo dell'acqua della piena che sta travolgendo la casa e i suoi abitanti.

Il cane che ha visto Dio: il tema sovrannaturale ritorna in tutti i racconti di Buzzati e in questo è incarnato in un randagio che segna con la sua sola presenza la coscienza di un intero paese. Mi è piaciuta molto la scelta di affidare lo sguardo di Dio sul paese ad un bastardino smunto che vive per strada e che, forse, non è neppure davvero presente. 

Il colombre: questo è un tipico racconto del mare, un giovane che vede il mitico mostro portasfortuna e scappa per tutta la vita finché, in punto di morte, si fa raggiungere dal mostro per scoprire in realtà di essere fuggito tutta la sua esistenza alla buona sorte. 

Le gobbe del giardino: questo racconto è molto malinconico e fa riflettere sulla caducità della vita e sull'unica vera immortalità dopo la morte, quella nel ricordo delle persone a cui siamo stati cari. La metafora della memoria come giardino in cui i nostri morti creano una gobba più o meno alta e che rende il passeggiare nei nostri ricordi un percorso accidentato e difficile, a cui però nessuno vuole davvero sottrarsi.


Consiglio di lettura: questo libro è per tutti, per riscoprire la letteratura italiana del Novecento che non ha niente da invidiare alla letteratura mondiale.

E io cosa leggo adesso?



martedì 19 maggio 2015

La vergine nel ghiaccio - Ellis Peters (1982)

Più riguardo a La vergine nel ghiaccio
Ho iniziato a leggere le avventure di padre Cadfael da adolescente e sono rimasta affezionata a questo personaggio. Un po' come una medievalissima Jessica Fletcher, padre Cadfael si trova tra capo e collo una serie di omicidi, morti misteriose, furti e sparizioni non allontanandosi praticamente mai dall'abbazia di Shrewbury. 
Se fossi nei panni dell'abate un po' mi preoccuperei di tutta questa girandola di delitti, ma è il medioevo, la gente muore per un sacco di motivi...

A parte le sciocchezze, adesso, molto più che da adolescente, posso apprezzare il lavoro di ambientazione storica che sta dietro questa serie di libri. Sono costruiti come classici gialli ma sono inseriti in una credibilissima abbazia inglese medioevale sul confine con il Galles durante la guerra civile tra Re Stefano e l'imperatrice Matilde, cugini che vantano diritti sulla successione al trono d'Inghilterra.
La produzione è immensa e vengono ambientate, più o meno, due avventure l'anno dal 1137 al 1145. Così si può seguire l'alternanza delle stagioni, dei lavori e degli impegni in un'abbazia benedettina medioevale oltre che, ovviamente, godere del mistero e delle indagini di un monaco curioso e non digiuno di vita secolare.

Volendo proporre tutta la serie, ho scelto questo libro in tutta la produzione (in questo momento sono alla rilettura della dodicesima indagine su venti libri pubblicati) perché tra tutti é quello che mi ha divertito e avvinto di più. Il punto di partenza è la scomparsa di una giovinetta e del suo giovane fratello durante il saccheggio di Worcester. Il loro tutore è appena tornato dalla Palestina e, essendo seguace dell'imperatrice, non può cercare liberamente i suoi protetti nei territori di Re Stefano senza rischiare l'arresto. A complicare il tutto viene trovato il cadavere di una giovane in un torrente gelato, da qui il titolo del libro (sorprendentemente coerente con il titolo originale e non un'invenzione come capita più spesso di quel che si crede.).

Attorno a questi due ragazzi e alla giovinetta morta girano un altro paio di personaggi cruciali per la storia. Uno è un monaco benedettino trovato bastonato quasi a morte e assiderato e l’altro è un misteriosissimo giovane che accompagna la ragazza e poi scompare più volte. Quello che però tiene davvero con il fiato sospeso è la costruzione davvero ingarbugliata dell’intreccio perché i personaggi si ritrovano e si perdono più volte nella storia e spesso si rimane in attesa della svolta giusta per le sorti di questi giovani innocenti, colpevoli forse solo di essere coraggiosi e un po’ avventati. Quello che lascia un po’ perplessi, ma forse è coerente con questo apparire e sparire continuo dei ragazzi, è che sembra che l’autrice non riesca a gestire in scena più di tre personaggi alla volta perché, come un orologio svizzero, quando ne appare uno, subito dopo puoi aspettarti che un altro scompaia.

La lettura scorre piacevolmente e si può apprezzare sia il lavoro di ambientazione storica che del paesaggio; le descrizioni dell’abbazia che muta con il cambiare delle stagioni provoca quel senso di meraviglia che fa nascere lo scorrere del tempo su un viso noto. È sempre la stessa abbazia, eppure ha sempre qualcosa di diverso.

Un’altra cosa che mi piace molto in questa serie è il reale scorrere del tempo: mutano le vicende storiche, di cui siamo sempre aggiornati perché il principale alleato nel mondo secolare di Cadfael è Hugh Beringan, vice sceriffo e poi sceriffo della contea, leale sostenitore di Re Stefano; mutano anche i novizi e gli aiutanti di Cadfael che cambiano perché partono per il mondo dopo essersi nascosti nell’abbazia, perché seguono la loro chiamata ultraterrena, perché vengono adibiti ad altri compiti, di cui il monaco ha sempre un ricordo affettuoso; cambia lo stesso Cadfael che necessariamente invecchia e che si scopre sempre più saldo della sua scelta di entrare in convento… nonostante la vita gli offra delle sorprese inaspettate, soprattutto in questo libro!

In conclusione questa seria non mi ha deluso nemmeno dopo la prova degli anni. Ho trovato i personaggi ancora freschi e vivi inseriti in un ambiente che è esso stesso personaggio perché è spazio circoscritto d’azione e nel contempo influenza le vicende.


Consiglio di lettura: a chiunque sia appassionato di gialli all’Agatha Christie e di ambientazione storica medioevale. E poi sono taaantissimi! Tengono un sacco di compagnia (al punto che io non riesco a limitarmi a uno e ne leggo almeno tre di seguito prima di staccarmi a forza!). 

E io cosa leggo adesso?

martedì 24 marzo 2015

Addio alle armi - Ernest Hemingway (1929)

Più riguardo a Un addio alle armi
Nonostante le feroci critiche del gruppo di lettura, mi tengo stretta l'idea che a me Hemingway piaccia. Mi è piaciuto molto Il vecchio e il mare, ne sono convinta, eppure praticamente non ricordo niente tranne un vago malessere per una lotta titanica senza scopo.
Forse è proprio questo che ci vuole dire Hemingway? Che niente ha senso sul lungo periodo e che ci dobbiamo accontentare della felicità passeggera data dalla compagnia di una bella donna e di un bicchiere di mojito gelato?

Per me questo libro rappresenta il manifesto antimilitarista per eccellenza. Racconta con forza l'insensatezza della guerra, di ogni guerra e questa viene amplificata dalla tragedia personale del protagonista che, come dice Fernanda Pivano nel commento, rappresenta il furto del futuro e l'annichilimento del presente.

Di solito non copio citazioni dai libri, perché le citazioni sono una sforbiciata estremamente personale sulla lunga trama del racconto, però questo libro sembra chiedere a gran voce il rimando. Richiamo che mi serve sia per testimoniare l'intento antimilitarista di Hemingway sia il successivo punto che vorrei approfondire.

"Parole astratte come gloria, onore, coraggio o dedizione erano oscene accanto ai nomi concreti dei villaggi, ai numeri delle strade, ai nomi dei fiumi, ai numeri dei reggimenti e alle date."

"Se la gente porta tanto coraggio in questo mondo, il mondo deve ucciderla per spezzarla, così naturalmente la uccide. Il mondo spezza tutti quanti e poi molti sono forti nei punti spezzati. Ma quelli che non spezza li uccide. Uccide imparzialmente i molto buoni e i molto gentili e i molto coraggiosi. Se non siete fra questi potete esser certi che ucciderà anche voi, ma non avrà particolare premura."

Leggendo questo libro, soprattutto questa seconda citazione, sono stata travolta dai dejà vu letterari, nel senso che ogni tra pagine mi sembrava di aver già letto, visto, sentito quello che stavo guardando. Mi sono chiesta da dove venisse questa sensazione di straniamento e una delle risposte che mi sono data è questo libro che è estremamente antologizzato nei libri di scuola ed è sfruttatissimo per raccontare la prima guerra mondiale. Ho quasi l'impressione che perda di valore a essere così tanto una lettura scolastica... come se perdesse la sua forza e fosse sminuito. 

Un altro momento di straniamento viene dall'essere una lettura fuori contesto, nel senso che non è uno dei miei generi preferiti e questo non è stato un obbligo scolastico o desiderio di documentarmi. E' stata una lettura che mi è capitata e non è stata cercata, meditata e desiderata. Questo tipo di lettura lascia la sensazione che la prima guerra mondiale sia così lontana, come superata nell'orrore da altri orrori. 

"la guerra sembrava lontana come le partite di football di una squadra indifferente"

Straniamento peggiorato dall'impressione che non capiti niente perché, qualunque cosa succeda, mantiene sempre quel tono monocorde quasi snervante; tono però rischiarato da lampi di luce rappresentati da immagini e descrizioni estremamente vivide come ad esempio il secco lampo bruciante dello schiaffo la prima volta che prova a baciare Catherine oppure le descrizioni fotografiche del paesaggio. Di certo è il tono del giornalista da reportage di guerra: queste frasi secche e puntuali senza troppi fronzoli, sembra proprio un crudo resoconto dei fatti. Hemingway ha visto la prima guerra in Italia facendo proprio l'autista di ambulanza quindi c'è da chiedersi quanto ci sia di autobiografico in questo libro: alcuni fatti sono chiaramente ispirati alla sua vita, come il difficile parto della sua compagna avvenuto durante la scrittura di questo libro.

E' abbastanza chiaro che siano i suoi ricordi di guerra rimaneggiati e conditi in altra salsa, eppure la forza del ricordo non sembra slavato dal passare del tempo. Leggiamo con chiarezza l'aumento di consapevolezza del protagonista sempre più cinico nei confronti di una guerra che nessuno gli aveva chiesto di combattere (è un americano che si è arruolato nell'esercito italiano) e a cui, chiaramente, aveva aderito con grande entusiasmo.

In conclusione devo dire che, nonostante la figura di Catherine come donna assolutamente dipendente dal maschio, devo dire che questo libro mi è piaciuto. Ha una forza e un'intensità disperata antimilitaristica che mi sento di sposare in pieno. Dice chiaramente che la guerra la fanno i poveri e quelli che non la vogliono davvero fare e che non c'è futuro nella guerra.
Mi piace anche lo stile secco, essenziale che però non toglie niente alla narrazione e alle immagini.

Consigliato: per tutti, c'è sempre bisogno di leggere quanto la guerra sia stupida!


E io cosa leggo adesso?



martedì 10 marzo 2015

Il signore delle mosche - William Golding (1954)


Credo che questo libro sia una lettura che chiunque debba fare una volta nella vita. Personalmente lo trovo terrificante, nel senso di spaventevole, perché rompe un sacco di certezze. Prima su tutti è la perdita dell'infanzia come età dell'innocenza. Se non ci fosse bastato Freud con le pulsioni erotiche e di morte che si manifesterebbero ben prima dell'adolescenza, Golding distrugge per sempre l'idea della giovinezza come ricettacolo dei più puri e santi sentimenti. I bambini sono dei selvaggi che appena possibile si trasformano in bestie assetate di sangue.

O forse no, forse non tutti i bambini sono così. Forse qualcuno che cerca fino alla fine di mantenersi nel limite della civiltà c'è, nonostante la mancanza (spessissimo invocata da tutti) di un adulto che porti ordine e regole, di un'entità esterna a cui delegare la responsabilità della convivenza civile e del mantenere l'ordine.
Da questo viene fuori con chiarezza che l'intento dell'autore sia quello di proporre un'allegoria del mondo degli adulti, proprio quel mondo che i bambini, o per meglio dire, i giovani alle soglie dell'adolescenza, immaginano scevro di confusione e pericolo. Se ci fossero stati gli adulti tutto questo non sarebbe mai successo, non ci sarebbero state lotte per il potere, divisioni interne, perdita involontaria di innocenti e omicidi.
Penso che si colga chiaramente l'ironia tragica che l'autore mette in campo in maniera molto intensa.

L'intento dichiarato di questo libro è essere una parodia di un famoso libro per ragazzi L'isola di corallo molto diffuso alla fine dell'Ottocento e che era una lettura tipica per l'infanzia, i cui valori portanti sono quelli tipici dell'imperialismo: la superiorità sui cosiddetti selvaggi, l'uomo occidentale come portatore di civiltà, i valori cristiani come unica fonte di vera morale... insomma, razzismo, pregiudizio e senso di superiorità tutto condito in salsa piacevole e avventurosa per appassionare dei ragazzini di fine secolo.
Quello che vorrei si notasse è che il genio travalica la mera trasposizione ironica e parodistica e ci regala un libro immortale, cupo, intenso e lucido come pochi libri per ragazzi sanno essere.

Svela con poche e acute pennellate i meccanismi del potere in un gruppo isolato, come basti solo esitare o essere poco convinti per perdere la presa sul gruppo che si cerca di guidare e, dall'altra parte, come la paura (della punizione, dell'ignoto, del dolore) sia uno strumento efficacissimo per mantenere il controllo.

I protagonisti della storia rappresentano tre polarità attorno cui girano i destini di tutti: Jack rappresenta la parte più animale dell'uomo, quella parte egoista che vuole tutto per sé, per il proprio piacere e sopravvivenza; Ralph è invece la morale comune, quello che dice che ci si è sempre comportati in un modo quindi deve essere giusto che però subisce sempre la tentazione di passare nel lato animale e solo un caso, e una certa fifa, lo fa restare nella società civile; Piggy, invece, è l'intelligenza acuta che fa scegliere la via razionale quando il gruppo è invece travolto dalla tentazione di lasciarsi andare all'istinto, al piacere contingente. Proprio per questo è sempre sull'orlo del sacrificio, perché nessuna creatura istintuale ha voglia di essere strappata al piacere intenso per dedicarsi al noioso dovere, anche se da questa dipende la propria sopravvivenza... proprio questa volontà autodistruttiva ci separa dal mondo animale.

Eppure sono pur sempre dei bambini... e Golding ce lo ricorda proprio nella fine, nel pianto a dirotto di Ralph che mette in imbarazzo l'adulto che lo sta salvando dal linciaggio e che mi commuove (e insieme mi terrorizza, perché anche Jack torna nella civiltà e lo stesso Ralph è colpevole tanto quanto Jack della perdita del bambino con la voglia, di Simon, di Piggy e di tutti i bambini che non ce l'hanno fatta.).

Consiglio: come anticipato credo sia un libro che tutti una volta nella vita devono leggere (ho fatto pure l'etichetta apposta!) perché parla di giovani alle soglie della vita, parla di potere e di dove porta la deriva di questo potere e ne parla con lucida e spietata analisi. Non dimentichiamoci che poi è scritto in maniera superba. Consigliatissimo!

sabato 14 febbraio 2015

Uno, nessuno e centomila - Luigi Pirandello (1926)

La prima volta che ho letto questo libro avevo quindici anni e posso dire che è stata una vera epifania. Cosa c'è di meglio di un libro del genere per accompagnare le riflessioni di una adolescente sulla strada della costruzione della propria personalità? Ecco, diciamo che ero un'adolescente abbastanza equilibrata e quindi Vitangelo non mi ha trascinato nel vortice della sua follia lucida in cui l'unica via di fuga è il totale annullamento del sé.
Ehm, visto da questa prospettiva più che un percorso di formazione è un percorso di decostruzione, di analisi e smontaggio dei meccanismi del sociale, senza però fase costruttiva, senza risoluzione e miglioramento.
Eppure Pirandello è e rimane una lettura illuminante, è stato, per la letteratura italiana, un vero spartiacque che ha raccontato il cuore nero e instabile di ogni essere umano. E' il primo che riflette sul comportamento sociale, sulla frustrazione di non essere mai all'altezza dell'aspettativa sociale, dell'impossibilità di conoscere davvero le persone che ci stanno accanto.

Dal mio punto di vista questa è l'opera che anticipa e riassume tutte le tematiche che fanno di Pirandello un vero classico contemporaneo, un autore che parla al di là del proprio tempo e luogo d'origine. Parla della tragica incomunicabilità di quello che conserviamo nel nostro profondo; racconta come ogni persona porta centomila maschere a seconda del contesto sociale e di chi si trova di fronte e come questo mascheramento spesso è inconsapevole e fonte di dolore e incomprensione; descrive come sia impossibile comprendere in profondità le motivazioni che guidano i comportamenti degli altri.

Vitangelo all'inizio è un borghesotto con la testa vuota e con molto tempo da perdere. Eppure basta un piccolo incidente, il naso che pende da una parte, e tutto si rivolta contro questo omuncolo fino a trasformarlo in un lucido folle che cerca di rompere gli schemi, il muro di gomma in cui tutti ci nascondiamo per non guardare in faccia la tragedia da cui siamo attorniati, con atti da pazzo, per scuotere le coscienze e ottenere una reazione, un sussulto di comprensione da parte delle persone che gli stanno attorno.

Pirandello è davvero un genio nei dialoghi, il teatro è il suo strumento di comunicazione prediletto, infatti il teatro è mezzo molto più adatto del romanzo a veicolare il suo messaggio.
 
Quello che questo libro mi ha insegnato, nonostante la scelta di Vitangelo sia molto annichilente, è  che l'accoglienza e la tolleranza sono l'unica via, perchè nessuno può davvero capire il dolore degli altri e noi non possiamo fare altro che fare spazio senza giudizio. Mi ha insegnato inoltre che per non rimanere incastrati nell'etichetta che la società ti appiccica addosso l'unica strada che si può percorrere è quella della rottura, ma con "senno" e fare pace con l'idea che gli altri non ci vedranno mai come ci vediamo noi e questo però non ci deve far smettere di mostrarci e aprirci agli altri, anche a rischio di soffrire.

E io cosa leggo adesso?