sabato 6 settembre 2014

Don Chisciotte della Mancha - Miguel del Cervantes Saavedra (prima edizione 1605)

Più riguardo a Don Chisciotte della Mancha

Complice ancora il gruppo di lettura, la mia estate è stata monopolizzata dal Cavaliere della trista figura. Devo ammettere che le settecentonovantatre pagine mi hanno un po' provato e mi sono trovata spesso, durante la lettura, a contare quanto mancasse alla fine, come non capitava dal tempo dei tomi noiosissimi dell'università.
La storia e i protagonisti sono così noti dall'essere entrati nella mitologia letteraria, quella in cui tutti sanno tutto della storia senza averne mai letto una riga. Protagonista di questo romanzo, prima che la struttura del romanzo moderno nascesse, è un hildalgo che si mantiene appena sopra il limite della decenza economica così appassionato di romance cavallereschi da convincersi di essere un cavaliere errante redivivo mandato al mondo con la missione di soccorrere le donzelle, punire i malvagi, difendere la vera religione. Viene accompagnato nelle sue pellegrinazioni da uno scudiero, Sancho Panza, che oscilla tra credulità e saggezza nei confronti della follia del suo padrone. Attorno a questo fulcro narrativo girano tutta una serie di personaggi che costituiscono le avventure che tutti conosciamo: la dama Dulcinea del Tomboso che, in verità, è una contadinotta ruspante; Ronzinante, il fiero destriero del cavaliere, talmente placido che una sua fuga amorosa diventa pretesto per una nuova avventura; i mulini a vento, assunti a ruolo di giganti; greggi di pecore e caproni, trasformati in schiere di eserciti nemici; la nipote e la governante di Don Chisciotte, l'unica voce di saggezza rimasta a casa a preoccuparsi per questo uomo maturo che fa le bizze come un ragazzino; il curato, il barbiere e il baccelliere che diventano il magico trio tutto teso a escogitare piani per riportare il cavaliere a casa e alla sanità mentale. 
Tutti questi personaggi costituiscono contorno e struttura alle avventure di Don Chisciotte, ma la vera protagonista è la follia lucida che guida ogni interpretazione della realtà del cavaliere. Più e più volte viene sottolineato che don Chisciotte è un uomo assennato e razionale finché non si parla di cavalleria, ed è un vero peccato che quest'uomo così a modo abbia questa insana passione che lo travolge e lo trascina lontano dal vivere civile. Trovo che questo continuo sforzo di far tornare Don Chisciotte nei binari della razionalità sia da una parte il motore che muove la struttura della trama e dall'altra, in maniera molto romantica, di una tristezza micidiale perché la follia non è permessa, la passione folle per un ideale fuori dal tempo è vista come sintomo di insania e quindi espulsa dalla vita civile. Andando avanti con la lettura non sono riuscita a capire se questa parodia del romanzo cavalleresco fosse solo, come sembra, una trovata di genio per divertire o ci fosse una critica all'esclusione del diverso, del folle... dopotutto è molto probabile che Cervantes provenisse da una famiglia di cristiani di recente conversione per sfuggire alle purghe di islamici ed ebrei dalla cattolicissima Spagna e che sentisse il tema dell'esclusione, della diversità come un tema attuale. Non c'è però, dal mio punto di vista una presa di posizione chiara su questo tema, è solo lo spunto per raccontare buffonate cavalleresche.
Per quanto riguarda la struttura narrativa il libro si divide in due parti, scritte in due momenti differenti della vita di Cervantes: la prima parte dettata in prigione dopo essere stato eroe a Lepanto e la seconda scritta in risposta a un altro autore che si era impossessato del cavaliere e del suo scudiero per farne i protagonisti di un altro romanzo. Cervantes, giustamente, lo critica tantissimo per tutta la seconda parte. 
La prima parte è composta da una serie di episodi slegati tra loro che hanno in comune la struttura: si vede in lontananza una situazione innocente - greggi, una locanda, un funerale -, Don Chisciotte fraintende, Sancho prova a convincerlo che non è il caso di intervenire, Don Chisciotte parte lancia in resta, viene battuto e pestato di botte assieme a Sancho che non può non essere coinvolto nelle sorti del suo padrone. Devo dire che i primi cinque sono una lettura piacevole, ma dopo  la decima volta diventa fastidioso fino a diventare urticante. Sono andata avanti per ostinazione, sperando che ci fosse una novità, qualcosa che cambiasse il ritmo... ecco, no, non succede. Per tutta la prima parte lo schema si ripete sempre uguale a se stesso fino a farti impazzire di noia. Mi è venuto in mente che non sia stato scritto per una lettura personale e continuativa: sembra più un prodotto della cultura del suo tempo, in cui le letture erano corali come divertimento serale, quindi gli episodi slegati erano funzionali ad una lettura ad alta voce come svago.
La seconda parte invece ha un filo rosso che lega tutti gli episodi: cercare in tutti i modi di far rinsavire il cavaliere. Con questa idea Cervantes passa da un episodio all'altro con molta più continuità e senso. Sembra decisamente un romanzo più moderno e, devo ammettere, più vicino a quello che sono abituata a definire romanzo. Un altro punto che mi ha fatto rivalutare questo libro è che nella seconda parte la psicologia dei personaggi viene approfondita e smettono di essere macchiette bidimensionali e diventano personaggi che hanno motivazioni e desideri. Ho trovato molto intenso l'episodio di Sancho governatore dell'isola in cui, nonostante la burla ben congeniata, dimostra di essere un buon governatore, più saggio di quanto ci si possa aspettare dal Sancho che "conosciamo".
La seconda parte riscatta la fatica della prima e sono molto contenta di aver resistito perché la lettura di questo capolavoro - adesso posso davvero dirlo - mi ha lasciato un'emozione dentro: don Chisciotte e Sancho Panza meritano di cavalcare davvero per l'eternità perché sono creature vive, che soffrono e gioiscono, che sono saggi e pazzi insieme e che mi hanno fatto sognare e soffrire con loro, fino alla malinconica conclusione.
E io cosa leggo adesso?

7 commenti:

  1. In effetti, è una lettura un po' impegnativa in termini di tempo e dedizione... non si insinua anche il dubbio sugli effettivi confini di ciò che viene definita pazzia?

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    1. Ecco, sì... necessita proprio dedizione, o, per meglio dire, ostinazione! Non siamo più pronti a letture del genere, slegate e con esile filo che tiene insieme episodi a sé stanti.Per quanto riguarda la follia non c'è un'analisi psicologica del personaggio, solo l'idea che uno può essere perfettamente sano tranne in un'ossessione. Alla fine però è un pretesto per divertire e mettere in mostra tutta l'erudizione di Cervantes sulle tematiche cavalleresche.

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  2. Ah! riguardo "L'alchimista", credo che conti molto anche il periodo della vita in cui lo leggi...

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    1. Sono d'accordo... e dipende tanto se è il primo libro del genere che leggi o se arriva dopo tutta una serie di letture simili. In questo secondo caso sembra uno dei tanti libri "motivazionali"... peccato, perché è una bella storia, una storia che lascia dentro una certa intensità. A Manu piace tanto la definizione dell'amore che dà.

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  3. Ma, non so, non è neanche questione del libro "motivazionale" (la tesi di fondo non è una novità, ma certo la puoi declinare in diversi modi), è un po' il "buonismo" di fondo a infastidirmi (non mi viene un termine migliore in questo momento)

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  4. Dimenticanza: sto apprezzando di più quello che sto leggendo adesso, ma mi manca il finale, per cui rinvio il giudizio.

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  5. Se ne hai voglia, ti ho coinvolta in un giochino blogghesco con delle domande sui libri a cui rispondere

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