mercoledì 23 luglio 2014

LO HOBBIT - John Ronald Ruel Tolkien (1937)

Più riguardo a Lo Hobbit
Il mio esordio è quello dei più banali: leggerlo a 15 anni è estremamente diverso da leggerlo a 36 anni. Questo perché da adolescente ho apprezzato l'avventura e la caccia al tesoro, da adulta ho apprezzato lo sforzo di costruzione etnografico e poi tutta la parte psicologica dell'evoluzione, della crescita del personaggio, assieme ad una presa di posizione contro una guerra inutile. Da non dimenticare che questa volta l'ho letto conoscendo già la storia del Signore degli anelli e quindi ho potuto godere di tutte quelle sottotrame che vengono appena accennate e poi riprese nell'opera magna.

La storia ha molti lati, può essere un'avventura per bambini in cui la conquista del tesoro è il fine primo e ultimo dell'azione; può anche essere una piccola storia in un enorme mondo alternativo; oppure una fiaba moderna con i buoni, i cattivi, i troll (che nella mia traduzione sono Uomini Neri), gli stregoni, gli elfi (buoni e non troppo buoni...), un tesoro e un drago; oppure, ed è la mia attuale visione, è la storia dell'evoluzione di un hobbit (una persona) comune, uno qualsiasi, che, suo malgrado, diventa un eroe. E' forse questo che ci vuole raccontare Tolkien? Che chiunque, trovandosi nella situazione adatta, può scegliere di evolvere e diventare un eroe e che anche la più piccola e insignificante delle creature può prendersi la responsabilità di fare la scelta giusta anche se faticosa (come rinunciare alla propria parte del tesoro per evitare una guerra tra razze). Eppure anche gli eroi hanno delle debolezze che, in qualche modo, li rendono meno epici e quindi più vicini, più avvicinabili ed è per questo che i personaggi sono più veri e, spesso, più simpatici... chi non ha dentro una parte Tuc che lo spinge all'avventura e una parte Baggins che lo vuole pantofolato e al sicuro nel proprio nido?

Riporto due citazioni che in questa lettura mi hanno colpito:

Certo è una cosa strana, ma sta di fatto che a parlare delle cose belle e dei giorni lieti si fa in fretta e non è che interessi molto ascoltare; invece da cose disagevoli, palpitanti o addirittura spaventose si può dare una buona storia, o comunque, un lungo racconto. (p. 67)

Le storie liete sono un po' noiose, no?

Misero me! Ho udito canti di molte battaglie e mi è sempre parso che anche la sconfitta possa essere gloriosa. Come è dolorosa, invece, e quanta angoscia! Come vorrei esserne fuori sano e salvo! 
(p. 321)

 Questa sembra proprio la riflessione amara di uno che è partito per la guerra con moltissimi ideali ed è tornato addolorato ancor prima che deluso.

Penso che sia un libro da regalare ai ragazzi e da rileggere ad ogni età, perché ha sempre qualcosa da raccontare.

Concludo con uno degli incipit per me più belli di sempre:

In una caverna sotto terra viveva un hobbit.


E io cosa leggo adesso?