domenica 29 giugno 2014

GENTE DI DUBLINO - James Joyce (1914)

Più riguardo a Gente di Dublino


Gente di Dublino è l'opera giovanile di un autore che ha legato il suo nome ad un'opera che ha decodificato e fatto diventare cifra stilistica il flusso di pensiero che tutti noi sperimentiamo in ogni momento ma che solo Joyce ha avuto la folle idea di trasformarlo nella struttura portante del suo romando più conosciuto.
Da questo punto di vista Gente di Dublino non ha niente a che fare con il flusso di coscienza. La scrittura è quella tipica del primo Novecento, non si differenzia dal panorama coevo.
Riflessione estemporanea: povero Joyce condannato a essere sempre all'altezza del mito dell'Ulisse. Mito perché tutti ne hanno sentito parlare ma non conosco nessuno che l'abbia letto tutto... neanche l'Alto Potenziale laureato in letteratura inglese lo ha letto tutto!

Tornando all'argomento, dal punto di vista della scrittura, dell'approccio, non è una lettura difficile anche se io parlo solo della versione tradotta in italiano (la densa frequentazione dell'A.P. anglofono mi ha reso più sensibile alla questione delle traduzioni che spesso, mi dice, in italiano sono fatte un po' a caso) quindi un punto a suo favore per approcciarlo.
La struttura è pensata e coerente: quattro sezioni in cui i racconti hanno protagonisti in diverse età della vita: infanzia, adolescenza, età adulta e l'ultimo racconto che si intitola "I morti". La sensazione è che ognuno, nelle diverse fasi dell'esistenza, possa trovare consonanza di pensiero e di emozioni nei vari protagonisti. Io, adulta, posso guardarmi indietro e ricordarmi di aver vissuto la dicotomia tra il desiderio di fuggire e la paralisi dettata dal senso del dovere di "Eveline" del racconto omonimo, o il senso di libertà assoluta del girovagare dei due ragazzini protagonisti de "Un incontro", libertà che può essere in ogni momento raggelata da un brutto incontro, appunto; la descrizione dell'attesa spasmodica fino alla delusione del racconto "Arabia" è qualcosa che ognuno di noi ha provato, soprattutto nell'età adolescente, in cui ogni emozione è esaltata ed amplificata e ogni delusione è un dolore che sembra insuperabile.
Se i racconti dell'infanzia e dell'adolescenza sembrano tutti, tranne Eveline, lasciare un piccolo spiraglio alla speranza, all'evoluzione, i racconti dell'età adulta danno la sensazione di essere più definitivi: "Un caso pietoso" è la descrizione di un'incomprensione per colpa di un uomo che non vuole scendere a patti con la propria solitudine  non vuole fare spazio ad un'altra persona che gli dimostra tenerezza e partecipazione. Lo trovo di una bellezza straziante, perché noi seguiamo il punto di vista dell'uomo che non vuole vedere fino all'ultimo, persino dopo il suicidio della donna, quello che poteva avere e ha perso per sempre: compagnia, vicinanza, intimità.
L'ultimo e più famoso dei racconti di questa raccolta è intitolato "I morti". Non è la storia in sé che ne fa un racconto emozionante e intenso, dopotutto si può riassumere in una cena tra parenti e amici conclusasi tardi e sotto un tempaccio che costringe una coppia a fermarsi in albergo. No, come sempre, non è quello che succede, non è l'azione che rende questi pezzi piccoli gioielli di narrativa, è invece la dinamica interiore dei personaggi descritta con acutezza e analisi profonda che mi colpisce e mi ha fatto amare questo libro. 
Lo consiglio a chiunque voglia leggere un analisi acuta dell'animo umano nelle diverse fasi della vita, c'è da dire che la visione non è ottimista, tutti i personaggi di Joyce sono paralizzati nella loro interiorità e non c'è miglioramento, non c'è crescita; Joyce ci racconta un attimo congelato nel tempo e ci lascia la possibilità di inventarci un passato e un futuro per i suoi personaggi.
Bello, assolutamente da leggere.

E io cosa leggo adesso?