mercoledì 3 dicembre 2014

ABARAT - Clive Barker (2004)

Più riguardo a Abarat
Questa volta segnalo l'ultimo pubblicato di una serie che si compone di Abarat, Abarat Giorni di Magia, notti di Guerra e Abarat Assoluta Mezzanotte. Prima di tutto è da  segnalare che questa quadrilogia  in cinque parti non è conclusa (sembra che io stia dando i numeri, ma è davvero un progetto iniziato in quattro parti e poi evoluto in cinque).
Io mi chiedo: ma lo faranno apposta questi scrittori ad avere mille progetti aperti così i loro fan li tengono in vita con la forza della speranza? Già il piccolo maestro ci ha fatto lo scherzone di rischiare di morire, non è che deve diventare per forza una moda!
Oltre la vena polemica da lettore in crisi di astinenza, c'è da dire davvero tanto su questo genio.

Innanzitutto è un autore che ho conosciuto da adulta e, devo dire, è stata una rivelazione, un pugno nello stomaco. Peccato non averlo conosciuto quando ero ragazzina, perché la magia e l'orrore che regala è per anime pure. Con questo intendo che, per una visione più fresca, meno affaticata dalle gramaglie quotidiane, la magia esplode come un fuoco d'artificio nello spazio cosmico durante un eruzione solare. Perché Barker è così, è barocco e macabro ed esagerato e colorato e fantasmagorico qualunque cosa faccia, dall'horror classico (i racconti dei Libri di sangue grondano di terrore e sangue, appunto), al fantasy più per ragazzi come questa serie o al fantasy più adulto come Imagica o Il mondo nel tappeto.

Leggendo anche gli altri libri ci si rende conto che questo è decisamente pensato per ragazzi, nonostante l'atmosfera cupa e le tematiche pesanti (la violenza domestica e l'alcolismo in una città moribonda, adolescenti in fuga, mondi in collisione). E' la storia di un percorso di formazione, è un viaggio alla scoperta di se stessi, è un tragitto che tutti noi abbiamo compiuto e, se siamo in contatto con noi stessi, continuiamo a fare. Questo tema che accompagna tutto il racconto, assieme ad una scelta di linguaggio e immagini meno grondanti di dolore, anche se comunque sempre più nere via via che l'apocalisse si avvicina, fa di questa serie un'opera adatta a giovani menti che si vogliono avvicinare a questo autore.

Per testimoniare ulteriormente la sua poliedricità trovo importante segnalare che tutte le illustrazioni che accompagnano questi libri sono dell'autore (la copertina di Assoluta Mezzanotte è meravigliosa, lei è Mater Motley, la nonna super cattiva del super cattivo!)... oltre a essere il regista di moltissimi horror che ci hanno tenuti svegli negli anni Novanta (Hellraiser è un suo libro ed è regista di tutta la serie di film).

Per concludere, Clive Barker costruisce interi mondi nella sua testa e poi li fa rifluire sulla carta come un'ondata di marea. Ogni pagina, ogni riga regala una nuova visione, uno scorcio di una realtà accanto alla realtà. Se l'orrore di Stephen King è nel raccontare qualcosa che potrebbe capitare a chiunque un giorno uscendo per strada, la potenza di Barker è nello sbocciare rigoglioso e fremente di un mondo con le proprie leggi e le proprie strutture che si può scorgere solo per caso, o per destino, appoggiando l'occhio su una specifica fessura, in un solo momento della giornata, nell'unico giorno dell'anno in cui questo mondo ha deciso di mostrarsi. E magari quell'unica fugace visione sarà in grado di cambiare la vita di interi mondi.
Grazie del viaggio.

E io cosa leggo adesso?

martedì 4 novembre 2014

Dieci libri dieci

Un po' di tempo fa - che, visti i tempi ballerini con cui posto, può voler dire ieri o tre settimane fa - ho postato su Facebook la mia lista di dieci libri del cuore; il gioco è divertente, è una di quelle catene che ogni tanto arrivano a ondate sul social che lasciano il tempo che trovano. Certo, i libri sono un appiglio facile con cui farmi partecipare a queste mode passeggere. 
L'altro motivo per cui mi sono messa lì a fare la mia bella listina è perché l'alto potenziale con cui divido vita e libreria ha fatto, solo per noi, un ulteriore piccolo giochino legato alle liste altrui: cercar di capire il carattere dalle scelte libresche. Ovviamente avevamo ulteriori elementi di analisi, visto che gli elenchi venivano da persone sulla nostra lista di amici... però è stato un passatempo accattivante che mi ha fatto riflettere un po' su cosa doveva entrare nella mia personalissima lista. 
Così ho deciso di postare la lista nuda e cruda su FB e prendermi qui il tempo per raccontare le mie scelte.

Ho buttato giù una lista molto istintiva il cui motivo portante era:
 LIBRI CHE MI HANNO CAMBIATO LA VITA.

Qui provo a spiegare in che modo.

1. UNO, NESSUNO E CENTOMILA, Luigi Pirandello
Mi sono ripromessa di scrivere un post tutto dedicato a questo libro, quindi prima o poi scriverò la versione estesa del mio sdilinquimento per questo libro. La versione breve è che ho letto questo libro a 16 anni e questo libro mi è stato regalato dal ragazzo che mi ha preso per mano e mi ha accompagnato per tutta la mia adolescenza verso la mia maturità sentimentale e sessuale. Questo libro è nel mio cuore dal punto di vista affettivo, ma mi ha dato quella sberla che prima o poi arriva a tutti gli animi intelligenti e sensibili: quella sberla che ti fa sapere che quello che sei e che senti non sarà mai davvero capito da chi ti incontra e, magari, ti sta vicino amandoti di tutti gli amori che proviamo nella vita e quella sberla che ti mostra che anche i gesti più folli, incomprensibili, hanno motivazioni nei cuori di chi li compie... aiuta a essere più compassionevoli, meno assolutisti nei giudizi. Da leggere e rileggere più volte nella vita.

2. AMLETO, William Shakespeare
E' stato argomento del mio primo esame di Storia del Teatro e dello Spettacolo e mi ha letteralmente cambiato la vita. come abbia fatto è presto detto: ho iniziato l'università di Lettere volendo in realtà fare filosofia e mi ero ben ben indirizzata a fare un percorso universitario legato a questa materia, poi, complice la necessità di integrare i miei esami, ho scelto Storia del Teatro e lì, beh, l'Amore! Il professor Mastropasqua, prestato dall'Università di Pisa, ci ha preso per mano e ci ha mostrato l'arte immortale ed effimera del teatro smontando e rimontando uno dei testi più conosciuti e peggio citati del Bardo (per inciso, il famosissimo monologo Essere o non essere NON lo recita con il teschio in mano, quella del teschio è un'altra scena).
Risultato: la mia materia di laurea è stata, ovviamente, Storia del Teatro e da lì nessuno mi muove.
Consiglio: non leggetelo! Andate a vederlo a teatro, su una piazza, in un castello, nel cortile di casa... ma non leggetelo. Il teatro letto non è vivo, è solo una pallida imitazione.

3. LO HOBBIT, John Ronald Reuel Tolkien
Ho già fatto il mio bel post su questo libro, in più voglio solo aggiungere che è stato il primo libro fantasy che ho letto da quasi adulta e mi ha fatto innamorare... lo so, è per bambini, lo so, il Signore degli Anelli è meglio, ma non è che la prima cotta è sempre maturo, sveglio, intelligente, posato... alle volte basta che faccia ridere e ti tenga compagnia, no?
La prima volta prima dei 12 anni e poi, beh, Tolkien tutta la vita!

4. L'ORDA DEL VENTO,  Alais Damasio
Wikipedia lo descrive come una storia fantasy... io lo descriverei più come una storia epica in cui gli elementi fantastici sono fondamento primo dell'universo. E' un libro strano, particolare: le pagine scorrono dalla 622 alla 0 ed è diviso in paragrafetti in cui viene raccontata la vicenda dal punto di vista di uno dei componenti dell'orda. All'inizio è un po' frastornante, anche se l'autore prova ad aiutarci segnando all'inizio paragrafo il simbolo di chi racconta, ma poi il ritmo, il sentimento, il carattere di chi narra aiuta ad individuare chi è la voce che aggiorna la storia. E' un libro emozionante, al di là delle trovate per renderlo strano. E' davvero come tuffarsi dal trampolino più alto sperando che l'impatto con l'acqua non sia doloroso... non è per niente doloroso, ma toglie letteralmente il fiato. Come avere il vento contro.
Da grandi, perché fa male come il vento gelido d'inverno.

5. DRACULA, Bram Stoker
Il primo di genere gotico che io abbia mai letto. C'è così tanto erotismo in tutto questo sangue ed epistole che tutti i libercoli di recente pubblicazione se lo sognano. E' un libro datato, nel senso che necessita uno sforzo intellettivo per seguire le vicende raccontate da diversi punti di vista e con l'uso abbondante e smodato di lettere, ma è anche il primo libro di letteratura adulta che io abbia mai letto.
Da leggere sempre, magari in una notte buia e tempestosa. 

6. LA CASA DEL SONNO, Jonathan Coe
La letteratura britannica contemporanea per me è Jonathan Coe e La casa del sonno è suo libro più riuscito. Tratta del delicato tema delle transizioni e l'ho letto in un periodo in cui mi sono trovata a riflettere su quanto labile siano i confini dell'identità e che chiunque ha dentro un grumo di dolore con cui fare i conti. Un libro tenero e crudele al tempo stesso. Con un sacco di mistero very british!
Da leggere per diventare grandi.

7. IL CONTE DI MONTECRISTO, Alexandre Dumas padre
Altro romanzo di genere, il più tipico tra i feuilletton, i romanzi d'appendice che paghi tanto al chilo ma che non puoi dire di essere una lettrice vorace se non l'hai letto. La lettura di questo libro mi ha segnato perché è stato, assieme a Dracula, uno dei libri che mi ha mostrato la letteratura d'evasione per adulti. Ci sono tematiche - il tradimento, il perdono, la vendetta, la rabbia - che non sono per ragazzi eppure sono in un contesto di avventura e colpi di scena tipico della letteratura per ragazzi. Insomma, mettono insieme le avventure, una visione della vita giocata sui toni del grigio e la potenza del grande classico.
Da leggere da grandi per sentirsi ancora emozionati come bambini.

8. MIDDLESEX, Jeffrey Eugenides
Altro libro con tematiche care al mio percorso di vita. Anche questa volta si parla di identità che va costruita giorno per giorno e che non è definita dal sesso o dall'appartenenza etnica, ma è un percorso difficile e pieno di sorprese. Ci sono temi forti come l'incesto e l'ermafroditismo, l'identità di genere e le scelte della vita. Mi ha aperto gli occhi sul fatto che non è il tuo passato che ti definisce, ma il futuro che scegli a fare di te quello che sei.
Si ride, si piange e ci si innamora!

9. IL PRINCIPE, Niccolò Macchiavelli
Leggere e apprezzare questo trattato sul buon governo mi ha dato la prova che la strada universitaria intrapresa era quella giusta. Questo libercolino mi ha confermato che la letteratura italiana è il mondo che voglio approfondire e insegnare perché non è solamente quello de "il fine giustifica i mezzi", è anche un'acutissima analisi sul potere, come esercitarlo e come mantenerlo  più a lungo possibile.
Da leggere perché è scandalosamente contemporaneo (altro che Tony Blair... secondo me il nostro boyscout al governo si è ispirato ad un suo conterraneo.)

10. HARRY POTTER E LA PIETRA FILOSOFALE, J.K. Rowling
Eh, zia Joe mi ha portato l'amore, amicizie che mi hanno cambiato la vita, i miei unici esperimenti di scrittura creativa condivisa, un sacco di porno e la chiave per un mondo in cui ho potuto trovare un linguaggio, una weltanshauung in cui sentirmi totalmente a casa. E, soprattutto, uno spazio di pura magia da adulta e non è poco. Proprio quando pensi che non ci sia più spazio per il fantastico sentito nelle vene, ecco questa saga che, con tutti i difetti oggettivi (amplificati dalla traduzione di una incompetente famosa), comunque mi ha cambiato la vita.
Da leggere da a 16 anni, in quella fase in cui non si è più bambini e si sa che la vita fa male, ma neanche cinici adulti incapaci di volare. (Uh, io l'ho letto a 25 anni... e ancora non sono un'adulta cinica!)


Fuori lista - mi sono sorpresa del fatto di non averli inseriti in questa lista istintiva - ci sono altri tre libri:

L'ULTIMO CAVALIERE, Stephen King
Il libro della vita, ma già lo sapete. 

HYPERION, Dan Simmons
Questa saga (Hyperion, La caduta di Hyperion, Endimion e Il risveglio di Endimion) sono la costruzione di un mondo fantascientifico coerente e funzionale dotato di un'anima spirituale che mi ha affascinato dalla prima lettura. Porto con me immagini molto intense provenienti da questi libri e mi fanno amare il loro autore profondamente.  C'è tutto in questo libro: fantascienza, horror, mistero, soprannaturale... alberi grandi come astronavi e tantissimo tantissimo amore!
Da leggere, leggere, leggere!!!

LA STORIA INFINITA, Michael Ende
Questo libro sboccia con lo stesso fascino di una pianta carnivora: meraviglioso e crudele insieme. Non è un libro per bambini, ha così tanti livelli di lettura da essere nuovo ad ogni lettura che si fa. E' stato uno di quei libri che mi ha mostrato come ci sia crudeltà nella bellezza e gioia nel dolore. Il protagonista di questa storia deve fare un durissimo percorso di crescita che parte da un momento dopo aver salvato la sua principessa e un mondo intero. La lezione che racconta è che puoi essere un eroe e subito dopo un vigliacco che paga ogni scelta sbagliata fatta per paura e non per coraggio.
Da leggere e rileggere più volte nella vita.


martedì 21 ottobre 2014

Undici risposte sulla lettura - Liebster Award 2014

Decisamente se c'è qualcuno che può farmi parlare di lettura è Tenar del blog Inchiostro, fusa e draghi... non fate finta di non conoscerla, eh! 
 
Ha posto queste 11 garbate domande a cui cercherò di dare risposta:
 
1– Quale libro secondo te dovrebbe essere letto nelle scuole?
Questa domanda presuppone che debba pensare a un libro imprescindibile per la vita di chiunque che già non sia un classico letto, o almeno sfiorato, dai programmi scolastici... pensandoci un momento direi Il Signore degli Anelli, perché è un esempio completo e articolato di tutti i generi che vengono presentati a scuola: l'epica, la mitologia, il romanzo di viaggio, di avventura, la riflessione sull'etica, sulla politica e sulla morale, c'è pure il romanzo d'amore e quello geografico. 
2– Quale libro sarebbe da togliere dai programmi scolastici?
Togliere? No, vi prego... già è tutta lettura antologica, se poi si toglie ancora qualcosa le giovani generazioni penseranno che i riassunti di Wiki siano letteratura.
3– Quale libro ha segnato la fine della tua infanzia o comunque ti ha accompagnato in quel passaggio?
L'ultimo cavaliere di Stephen King, lo spiego diffusamente qui!
4– Nomina 4 ingredienti che speri di trovare quando inizi una lettura
Belle descrizioni, personaggi di spessore, mistero e chiarimenti.
5– Nomina 5 cose che speri di NON trovare quando inizi una lettura
 Banali spiegazioni di cose ovvie, troppi personaggi senza personalità, errori grammaticali gravi, buchi di trama, trovate inutilmente autocelebranti.
6– Non se ne può più di libri che parlano di...
... eros per adolescenti che si sentono donne trasgressive.
7– Non ci sono abbastanza libri che parlano di...
8– Quale adattamento cinematografico di un libro che hai letto ti è piaciuto di più?
Stardust, il cuo adattamento cinematografico mi è sembrato persino superiore del libro.
9– Quale adattamento cinematografico di un libro che hai letto ti ha fatto venir voglia di uccidere il regista?
Ehm, l'abominio Lo Hobbit!
10— Quale finale ti ha fatto venir voglia di torturare l'autore?
Mah, in tutta la mia lunghissima esperienza di lettrice direi che non ho mai sentito il desiderio di torturare nessuno... 
11– Quale personaggio letterario vorresti essere
Domanda estremamente complicata... non saprei. Sono una lettrice compulsiva perché credo di essere un'anima pantofolaia. Quindi non so se vorrei vivere davvero le avventure dei miei libri preferiti.
Ecco, forse vorrei essere Orlando, la/il protagonista dell'omonimo libro di Virginia Woolf per la quantità di persone che incontra ed eventi che vive in prima persona ed esperienze umane che prova.

C'è qualcuno che ha voglia di rispondere alle stesse domande? Su, fatevi avanti senza paura!

sabato 6 settembre 2014

Don Chisciotte della Mancha - Miguel del Cervantes Saavedra (prima edizione 1605)

Più riguardo a Don Chisciotte della Mancha

Complice ancora il gruppo di lettura, la mia estate è stata monopolizzata dal Cavaliere della trista figura. Devo ammettere che le settecentonovantatre pagine mi hanno un po' provato e mi sono trovata spesso, durante la lettura, a contare quanto mancasse alla fine, come non capitava dal tempo dei tomi noiosissimi dell'università.
La storia e i protagonisti sono così noti dall'essere entrati nella mitologia letteraria, quella in cui tutti sanno tutto della storia senza averne mai letto una riga. Protagonista di questo romanzo, prima che la struttura del romanzo moderno nascesse, è un hildalgo che si mantiene appena sopra il limite della decenza economica così appassionato di romance cavallereschi da convincersi di essere un cavaliere errante redivivo mandato al mondo con la missione di soccorrere le donzelle, punire i malvagi, difendere la vera religione. Viene accompagnato nelle sue pellegrinazioni da uno scudiero, Sancho Panza, che oscilla tra credulità e saggezza nei confronti della follia del suo padrone. Attorno a questo fulcro narrativo girano tutta una serie di personaggi che costituiscono le avventure che tutti conosciamo: la dama Dulcinea del Tomboso che, in verità, è una contadinotta ruspante; Ronzinante, il fiero destriero del cavaliere, talmente placido che una sua fuga amorosa diventa pretesto per una nuova avventura; i mulini a vento, assunti a ruolo di giganti; greggi di pecore e caproni, trasformati in schiere di eserciti nemici; la nipote e la governante di Don Chisciotte, l'unica voce di saggezza rimasta a casa a preoccuparsi per questo uomo maturo che fa le bizze come un ragazzino; il curato, il barbiere e il baccelliere che diventano il magico trio tutto teso a escogitare piani per riportare il cavaliere a casa e alla sanità mentale. 
Tutti questi personaggi costituiscono contorno e struttura alle avventure di Don Chisciotte, ma la vera protagonista è la follia lucida che guida ogni interpretazione della realtà del cavaliere. Più e più volte viene sottolineato che don Chisciotte è un uomo assennato e razionale finché non si parla di cavalleria, ed è un vero peccato che quest'uomo così a modo abbia questa insana passione che lo travolge e lo trascina lontano dal vivere civile. Trovo che questo continuo sforzo di far tornare Don Chisciotte nei binari della razionalità sia da una parte il motore che muove la struttura della trama e dall'altra, in maniera molto romantica, di una tristezza micidiale perché la follia non è permessa, la passione folle per un ideale fuori dal tempo è vista come sintomo di insania e quindi espulsa dalla vita civile. Andando avanti con la lettura non sono riuscita a capire se questa parodia del romanzo cavalleresco fosse solo, come sembra, una trovata di genio per divertire o ci fosse una critica all'esclusione del diverso, del folle... dopotutto è molto probabile che Cervantes provenisse da una famiglia di cristiani di recente conversione per sfuggire alle purghe di islamici ed ebrei dalla cattolicissima Spagna e che sentisse il tema dell'esclusione, della diversità come un tema attuale. Non c'è però, dal mio punto di vista una presa di posizione chiara su questo tema, è solo lo spunto per raccontare buffonate cavalleresche.
Per quanto riguarda la struttura narrativa il libro si divide in due parti, scritte in due momenti differenti della vita di Cervantes: la prima parte dettata in prigione dopo essere stato eroe a Lepanto e la seconda scritta in risposta a un altro autore che si era impossessato del cavaliere e del suo scudiero per farne i protagonisti di un altro romanzo. Cervantes, giustamente, lo critica tantissimo per tutta la seconda parte. 
La prima parte è composta da una serie di episodi slegati tra loro che hanno in comune la struttura: si vede in lontananza una situazione innocente - greggi, una locanda, un funerale -, Don Chisciotte fraintende, Sancho prova a convincerlo che non è il caso di intervenire, Don Chisciotte parte lancia in resta, viene battuto e pestato di botte assieme a Sancho che non può non essere coinvolto nelle sorti del suo padrone. Devo dire che i primi cinque sono una lettura piacevole, ma dopo  la decima volta diventa fastidioso fino a diventare urticante. Sono andata avanti per ostinazione, sperando che ci fosse una novità, qualcosa che cambiasse il ritmo... ecco, no, non succede. Per tutta la prima parte lo schema si ripete sempre uguale a se stesso fino a farti impazzire di noia. Mi è venuto in mente che non sia stato scritto per una lettura personale e continuativa: sembra più un prodotto della cultura del suo tempo, in cui le letture erano corali come divertimento serale, quindi gli episodi slegati erano funzionali ad una lettura ad alta voce come svago.
La seconda parte invece ha un filo rosso che lega tutti gli episodi: cercare in tutti i modi di far rinsavire il cavaliere. Con questa idea Cervantes passa da un episodio all'altro con molta più continuità e senso. Sembra decisamente un romanzo più moderno e, devo ammettere, più vicino a quello che sono abituata a definire romanzo. Un altro punto che mi ha fatto rivalutare questo libro è che nella seconda parte la psicologia dei personaggi viene approfondita e smettono di essere macchiette bidimensionali e diventano personaggi che hanno motivazioni e desideri. Ho trovato molto intenso l'episodio di Sancho governatore dell'isola in cui, nonostante la burla ben congeniata, dimostra di essere un buon governatore, più saggio di quanto ci si possa aspettare dal Sancho che "conosciamo".
La seconda parte riscatta la fatica della prima e sono molto contenta di aver resistito perché la lettura di questo capolavoro - adesso posso davvero dirlo - mi ha lasciato un'emozione dentro: don Chisciotte e Sancho Panza meritano di cavalcare davvero per l'eternità perché sono creature vive, che soffrono e gioiscono, che sono saggi e pazzi insieme e che mi hanno fatto sognare e soffrire con loro, fino alla malinconica conclusione.
E io cosa leggo adesso?

mercoledì 23 luglio 2014

LO HOBBIT - John Ronald Ruel Tolkien (1937)

Più riguardo a Lo Hobbit
Il mio esordio è quello dei più banali: leggerlo a 15 anni è estremamente diverso da leggerlo a 36 anni. Questo perché da adolescente ho apprezzato l'avventura e la caccia al tesoro, da adulta ho apprezzato lo sforzo di costruzione etnografico e poi tutta la parte psicologica dell'evoluzione, della crescita del personaggio, assieme ad una presa di posizione contro una guerra inutile. Da non dimenticare che questa volta l'ho letto conoscendo già la storia del Signore degli anelli e quindi ho potuto godere di tutte quelle sottotrame che vengono appena accennate e poi riprese nell'opera magna.

La storia ha molti lati, può essere un'avventura per bambini in cui la conquista del tesoro è il fine primo e ultimo dell'azione; può anche essere una piccola storia in un enorme mondo alternativo; oppure una fiaba moderna con i buoni, i cattivi, i troll (che nella mia traduzione sono Uomini Neri), gli stregoni, gli elfi (buoni e non troppo buoni...), un tesoro e un drago; oppure, ed è la mia attuale visione, è la storia dell'evoluzione di un hobbit (una persona) comune, uno qualsiasi, che, suo malgrado, diventa un eroe. E' forse questo che ci vuole raccontare Tolkien? Che chiunque, trovandosi nella situazione adatta, può scegliere di evolvere e diventare un eroe e che anche la più piccola e insignificante delle creature può prendersi la responsabilità di fare la scelta giusta anche se faticosa (come rinunciare alla propria parte del tesoro per evitare una guerra tra razze). Eppure anche gli eroi hanno delle debolezze che, in qualche modo, li rendono meno epici e quindi più vicini, più avvicinabili ed è per questo che i personaggi sono più veri e, spesso, più simpatici... chi non ha dentro una parte Tuc che lo spinge all'avventura e una parte Baggins che lo vuole pantofolato e al sicuro nel proprio nido?

Riporto due citazioni che in questa lettura mi hanno colpito:

Certo è una cosa strana, ma sta di fatto che a parlare delle cose belle e dei giorni lieti si fa in fretta e non è che interessi molto ascoltare; invece da cose disagevoli, palpitanti o addirittura spaventose si può dare una buona storia, o comunque, un lungo racconto. (p. 67)

Le storie liete sono un po' noiose, no?

Misero me! Ho udito canti di molte battaglie e mi è sempre parso che anche la sconfitta possa essere gloriosa. Come è dolorosa, invece, e quanta angoscia! Come vorrei esserne fuori sano e salvo! 
(p. 321)

 Questa sembra proprio la riflessione amara di uno che è partito per la guerra con moltissimi ideali ed è tornato addolorato ancor prima che deluso.

Penso che sia un libro da regalare ai ragazzi e da rileggere ad ogni età, perché ha sempre qualcosa da raccontare.

Concludo con uno degli incipit per me più belli di sempre:

In una caverna sotto terra viveva un hobbit.


E io cosa leggo adesso?



domenica 29 giugno 2014

GENTE DI DUBLINO - James Joyce (1914)

Più riguardo a Gente di Dublino


Gente di Dublino è l'opera giovanile di un autore che ha legato il suo nome ad un'opera che ha decodificato e fatto diventare cifra stilistica il flusso di pensiero che tutti noi sperimentiamo in ogni momento ma che solo Joyce ha avuto la folle idea di trasformarlo nella struttura portante del suo romando più conosciuto.
Da questo punto di vista Gente di Dublino non ha niente a che fare con il flusso di coscienza. La scrittura è quella tipica del primo Novecento, non si differenzia dal panorama coevo.
Riflessione estemporanea: povero Joyce condannato a essere sempre all'altezza del mito dell'Ulisse. Mito perché tutti ne hanno sentito parlare ma non conosco nessuno che l'abbia letto tutto... neanche l'Alto Potenziale laureato in letteratura inglese lo ha letto tutto!

Tornando all'argomento, dal punto di vista della scrittura, dell'approccio, non è una lettura difficile anche se io parlo solo della versione tradotta in italiano (la densa frequentazione dell'A.P. anglofono mi ha reso più sensibile alla questione delle traduzioni che spesso, mi dice, in italiano sono fatte un po' a caso) quindi un punto a suo favore per approcciarlo.
La struttura è pensata e coerente: quattro sezioni in cui i racconti hanno protagonisti in diverse età della vita: infanzia, adolescenza, età adulta e l'ultimo racconto che si intitola "I morti". La sensazione è che ognuno, nelle diverse fasi dell'esistenza, possa trovare consonanza di pensiero e di emozioni nei vari protagonisti. Io, adulta, posso guardarmi indietro e ricordarmi di aver vissuto la dicotomia tra il desiderio di fuggire e la paralisi dettata dal senso del dovere di "Eveline" del racconto omonimo, o il senso di libertà assoluta del girovagare dei due ragazzini protagonisti de "Un incontro", libertà che può essere in ogni momento raggelata da un brutto incontro, appunto; la descrizione dell'attesa spasmodica fino alla delusione del racconto "Arabia" è qualcosa che ognuno di noi ha provato, soprattutto nell'età adolescente, in cui ogni emozione è esaltata ed amplificata e ogni delusione è un dolore che sembra insuperabile.
Se i racconti dell'infanzia e dell'adolescenza sembrano tutti, tranne Eveline, lasciare un piccolo spiraglio alla speranza, all'evoluzione, i racconti dell'età adulta danno la sensazione di essere più definitivi: "Un caso pietoso" è la descrizione di un'incomprensione per colpa di un uomo che non vuole scendere a patti con la propria solitudine  non vuole fare spazio ad un'altra persona che gli dimostra tenerezza e partecipazione. Lo trovo di una bellezza straziante, perché noi seguiamo il punto di vista dell'uomo che non vuole vedere fino all'ultimo, persino dopo il suicidio della donna, quello che poteva avere e ha perso per sempre: compagnia, vicinanza, intimità.
L'ultimo e più famoso dei racconti di questa raccolta è intitolato "I morti". Non è la storia in sé che ne fa un racconto emozionante e intenso, dopotutto si può riassumere in una cena tra parenti e amici conclusasi tardi e sotto un tempaccio che costringe una coppia a fermarsi in albergo. No, come sempre, non è quello che succede, non è l'azione che rende questi pezzi piccoli gioielli di narrativa, è invece la dinamica interiore dei personaggi descritta con acutezza e analisi profonda che mi colpisce e mi ha fatto amare questo libro. 
Lo consiglio a chiunque voglia leggere un analisi acuta dell'animo umano nelle diverse fasi della vita, c'è da dire che la visione non è ottimista, tutti i personaggi di Joyce sono paralizzati nella loro interiorità e non c'è miglioramento, non c'è crescita; Joyce ci racconta un attimo congelato nel tempo e ci lascia la possibilità di inventarci un passato e un futuro per i suoi personaggi.
Bello, assolutamente da leggere.

E io cosa leggo adesso?



venerdì 30 maggio 2014

IL GATTOPARDO - Giuseppe Tommasi di Lampedusa (prima ed. 1958 - riveduta 1969)

Più riguardo a Il Gattopardo
Chissà quale strano meccanismo trasforma la letteratura italiana in un mostro noioso e da mandar giù se proprio si deve... perché è un po' questa la sensazione che raccolgo in giro quando mi capita di confessare di leggere classici italiani. Forse è la classica reazione da oddei, me lo fanno leggere a scuola, sarà sicuro pesantissimo e noioso! 
Ammettiamolo, ci caschiamo tutti; tutti, una volta o l'altra, abbiamo dato per scontato che se è citato nella mia letteratura allora è una roba illeggibile.
Persino io, che sono laureata in Lettere Moderne, ho guardato con sospetto questo libro (e molti altri capolavori come Il deserto dei Tartari  di Dino Buzzati) solo perché era nell'indice della mia letteratura e trattava di uno dei periodi storici meno studiati e amati dagli studenti italiani: il Risorgimento.
Quindi, ricapitolando: un libro del '900 italiano, della seconda metà del secolo, proprio quella che a scuola non si fa neanche per sbaglio, che ambienta la sua storia durante il Risorgimento, con un'Italia appena unita, e che parla di un nobile siciliano. Ecco, tutti gli ingredienti giusti per non aprirlo neanche un libro così.
Ecco che, così facendo, perdete una vera e propria chicca, una di quelle che ti riappacifica con il mondo (e mi fa credere di non aver buttato via tempo ed energie con il mio corso di studi).
Per quanto riguarda la storia, seguiamo la vita e le riflessioni del Principe Salina proprio nel momento in cui la Sicilia viene annessa al neonato Regno d'Italia. Il principe ci mostra un punto di vista disincantato e acuto su questo nuovo regno, tanto simile ai Borboni, è solo cambiato il nome di chi vuole comandare e che non conosce la poliedrica realtà della Sicilia fatta di sole, mare, terre brulle e gente di pietrosa o florida proprio come la terra che abitano.
 La lingua di Tommasi di Lampedusa è limpida e le metafore sono di un'acutezza e poeticità che commuove e il libro scorre via, proprio come scorre via la vita del  Principe e ci fa affezionare a questo nobile che conosce la vita e non si nasconde che sia finita un'epoca e che lui non fa parte e non vuole fare parte di questo progresso che sembra invadere e non lasciare tregua.
Tommasi di Lampedusa ci racconta la Sicilia della fine dell'Ottocento che non è molto diversa dalla Sicilia di oggi con i suoi segreti, le sue ritualità, le sue idiosincrasie. Mi ha mostrato una Sicilia non da cartolina (Donnafugata, il podere in campagna del Gattopardo non è proprio quel delizioso borgo che ci si può aspettare), una Sicilia dura, una Sicilia orgogliosa, una Sicilia maliziosa e trafficona. Ha il merito di aver tratteggiato un personaggio che si muove in un dato ambiente e che senza quell'ambiente perde di significato (a differenza del mio siciliano preferito -Pirandello- che racconta storie senza dare all'ambiente nessun ruolo, Agrigento o Milano, per lui è uguale).

Ancora una volta il Principe si trovò di fronte a uno degli enigmi siciliani. In questa isola segreta dove le case sono sbarrate e i contadini dicono d'ignorare la via per andare al paese nel quale vivono e che si vede lì sul colle a dieci minuti di strada, in quest'isola, malgrado l'ostentato lusso di mistero, la riservatezza è un mito. 
 pg. 54 

Lo consiglio vivamente a chiunque perché è una lettura che non annoia, che racconta una bella storia con un linguaggio ricercato ma non pedante e che tratteggia un punto di vista interessante sul controverso momento storico che ha segnato l'unità d'Italia voluta dagli intellettuali e per niente capita dalle masse.

E io cosa leggo adesso?

mercoledì 26 marzo 2014

LA FINE DEL MONDO E IL PAESE DELLE MERAVIGLIE - Murakami Haruki (1985)

Più riguardo a La fine del mondo e il paese delle meraviglieLa prima domanda che mi sono fatta, una volta finito questo libro, è stata: MA PERCHE'?
Perché mi sono incaponita a finirlo, nonostante l'avessi già cominciato e abbandonato con la scusa che doveva essere restituito in biblioteca?
Perché piace così tanto, visto che mia sorella sembra non leggere altro nella sua vita? Va tanto di moda?
Ma perché bisogna soffrire millemila capitoli prima che la vicenda abbia un senso?
Perché i giapponesi scrivono frasi così essenziali con un parchissimo uso degli aggettivi e l'orrore per le subordinate? (Ehm, credo che questo abbia a che fare proprio con la struttura della lingua giapponese... ma tant'è!)
Perché mi lascia quella sensazione disturbante di non sapere se l'ho capito oppure no alla fine? Dà noia sentirsi stupidi alla fine di un  libro....

Viene voglia di lanciarlo dalla finestra per la frustrazione!

Eppure... eppure... eppure alla fine si è salvato dalla defenestrazione. Perché lascia dentro, alla fine della lettura, la sensazione che non possa essere tutto lì, che sicuramente nel prossimo libro si capirà il linguaggio segreto di questo autore, i motivi che animano i suoi protagonisti. Non che ci sia un seguito, no... ma mi ha lasciato la sensazione che se leggerò abbastanza libri di questo autore capirò cosa mi sta dicendo, comprenderò quel sussurro che percorre tutte le pagine e di cui ancora mi sfugge il senso.
Ecco, probabilmente dà dipendenza, non si riesce a smettere, come il cioccolato. Ma come quel cioccolato che non sai se ti piace davvero e allora continui a mangiarlo perché forse ti piace o forse no.

e io cosa leggo adesso?




venerdì 7 marzo 2014

IL SIMBOLO PERDUTO - Dan Brown (2009)



Più riguardo a Il simbolo perdutoOgnuno di noi ha degli scheletri nascosti nelle librerie, io ho una serie di scrittori/libri che una cara amica chiama "spegnicervello" che eviterei, solitamente, di esporre con orgoglio nel posto d'onore sugli scaffali. 
Dan Brown, come è abbastanza prevedibile, è uno di questi. Ha azzeccato la formula da caso editoriale con Il codice Da Vinci e non ha mai, giuro, davvero mai, cambiato il meccanismo che si può riassume in quattro punti:

1. cattivissimo super esperto di qualcosa di mistico (mai una volta che vogliano rubare i piani della bomba atomica o il conto corrente di Bill Gates! No, sempre la lancia di Longino, la pietra filosofale, il fazzoletto di Maria e il pagliaccetto di Gesù bambino)

2. Robert Lagdon, il nostro caro professore che, con la scusa della simbologia, diviene l'esperto espertissimo unico al mondo in grado di scoprire i super piani del super cattivo.

3. Bellissima donna coinvolta e in pericolo (e mai una volta che la molli al nostro fascinosissimo professore... vabeh la figlia di Gesù che non la molla, ma tutte le altre?)

4. Caccia al tesoro in giro per città da we romantico (Roma, Parigi, Venezia, Washington... e mai una volta che ci sia un mistero a Portogruaro!) con il nostro professore che rischia la vita e poi svela tutti gli intrighi.

Cambiano i riferimenti culturali e sottoculturali da leggende metropolitane, ma lo svolgimento è sempre, inesorabilmente, lo stesso. 

Perché farsi del male, allora?

Bella domanda, me la faccio ogni volta anch'io appena mi fiondo nella lettura e dopo poche pagine già capisco chi è il misteriosissimo cattivissimo... io che amo i gialli ma non capisco mai niente finché non me lo spiegano lentamente e con gentilezza.
Eppure non riesco a smettere, come le cattive abitudini. Ogni volta che mi passa sotto mano un libro di questo autore (sempre prestati, mai comperati, per favore!) provo a dargli una possibilità di stupirmi. 

Ecco, stupirmi proprio no, non c'è riuscito neanche stavolta; lo schema si ripropone invariato, l'unico brivido viene quando finalmente Robert Langdon muore! (Eh, dura poco, ma è la morte è descritta molto bene e l'autore viene fuori da questo problemino di aver ucciso il suo personaggio principale a tre quarti del libro con una bella trovata.) Eppure l'ho finito, senza lanciarlo fuori dalla finestra all'ennesima cazzata inverosimile ed ovvia. Sarà grazie al mistero esplorato - la massoneria americana - che non era così conosciuto, e forse grazie anche ad una mia disposizione un po' frivola e facilona alla lettura in questi giorni. 

No, non è un consiglio di lettura, questa è una confessione di un peccatuccio veniale.

E io cosa leggo adesso? 

sabato 25 gennaio 2014

La morte a Venezia - Thomas Mann (1° ed. 1912)

Più riguardo a La morte a VeneziaApprofittando della lunga pausa prandiale che il mio lavoretto temporaneo mi regala (o io regalo alla bottega solidale in termini di tanto puoi fare questa cosa, quest'altra e pure quest'altra ancora in pausa pranzo... mannaggia a te! Ti auguro che Dael possa trovarti di un lercio che non si può dire, la nana dell'oro addosso e Prezioso un po' attraente!) mi accingo a commentare il libro che il mio delizioso e variegato gruppo di lettura ha pescato per il mese passato: LA MORTE A VENEZIA.
Ecco, per essere onesti la mia edizione consta di tre romanzi brevi o racconti neanche tanto lunghi, a dir la verità! La morte a Venezia (1912) Tonio Kroger (1903) Tristano (1902). La scelta è di riunire lavori di tematiche simili e apprezzo questa continuità di intenti.
Ho letto La Morte a Venezia già da adolescente e l'ho trovato allora, più di adesso, estremamente ispirante e toccante e intenso e... vabeh, aggiungete quello che pensate possa dire un'adolescente acculturata di un libro che l'è piaciuto. Mi è piaciuto più allora di adesso perché, dal mio punto di vista, il protagonista parla di sé esattamente come si percepisce un o una adolescente con delle velleità artistoidi o filosofiche. Tutto questo tripudio di aggettivi e subordinate per descrivere la sensibilità straordinaria e la profondità interiore impiegato da Aschenbach, il protagonista -ed io narrante- scrittore ultra cinquantenne, per descrivere se stesso starebbe altrettanto bene in qualsiasi diario segreto di una qualsiasi adolescente un po' dark, accanita lettrice di classici, un po' vegetariana, hippie fuori tempo massimo!
Ecco, lo so che ho descritto l'adolescenza di tre quarti dei miei contatti, me compresa, ovvio... ma la cosa più grave è che Tommasino Mannaro si descrive così! Come una adolescente incompresa, un po' scorbutica, appassionata e svenevole che muore di una malattia che la consuma (secondo me la prima scrittura era tisi, il mal sottile, non colera... così barbaro!). (Uh, La montagna incantata!)
Più riguardo a La montagna incantata

La tematica principale dell'amore pederastico è trattata, a mio avviso, non come passione carnale, ma proprio nell'ottica della ricerca egocentrica del piacere... Tadzio incarna la bellezza in assoluto, una bellezza assolutamente inarrivabile (non si scambiano nemmeno una parola, per quanti sguardi curiosi, interessati, affascinati, idolatranti ci siano in tutto il libro) che A. anela per brama estetica. Il desiderio che il ragazzino non cresca mai, anzi che muoia proprio nel boccio della sua bellezza raffaellita rientra tutto in questa visione di bellezza ultraterrena, in cui non è Tadzio in sé che lo scrittore desidera, ma l'idea platonica che ha di lui, dell'amore e della perfezione.
Trovo interessante questo punto di vista sull'amore, sull'amore idealizzato, sullo scrittore che non vive direttamente le sue emozioni, ma le fa trapelare attraverso l'arte, analizzando sempre tutto per trovarne l'espressione sublime. Insieme, però, a trentacinque anni, mi viene un po' d'orticaria al pensiero di questo che passa il suo tempo ad amare disperatamente un'idea, un anelito di paradiso, un Ganimede rapito all'Olimpo, senza vedere mai il moccioso che gioca, canta e si picchia con i suoi compagnucci. 
Quante adolescenti hanno sospirato alla stessa maniera per dei buzzurri inenarrabili.

Consigliatissimo per liceali che se la tirano da intellettuali ma la rilettura in età adulta provoca un filino di orticaria e un po' si è contenti quando A. si piglia quel che si deve pigliare e la fa finita!

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venerdì 17 gennaio 2014

Ricostruzioni - Josephine Hart (2001)

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Anche questo proviene dalla libreria di casa dei miei genitori dove, con il tempo, vanno a spiaggiarsi tutti i libri che la mia famiglia trova sparsi per il mondo. Ogni tanto mi piace dare una possibilità a romanzi non di genere, anche se sono preferibilmente orientata sul fantasy, giallo, fantascienza, horror... no, non intendo tutti insieme, anche un solo genere per volta!
Ultimamente mi trovo sempre più spesso tra le mani libri che raccontano storie normali, storie che potrebbero avvenire dietro ogni porta del mio condominio o nella villetta accanto... e gli dei solo sanno cosa sentiamo attraverso le mura sottili del nostro piccolo appartamento. Quello che mi avvicina a questi romanzi è, appunto, partire da una storia comune e farla diventare un piccolo cammeo, un quadro da incorniciare, un dettaglio da fermare nel tempo.
In particolare questo romanzo parla di ricostruzioni, come è abbastanza intuibile dal titolo. Ricostruzioni che compiamo quando ci raccontiamo il nostro passato, quando lo raccontiamo a chi amiamo o ad un professionista della parola, scegliete voi quale... anche se la voce narrante e co-protagonista è uno psichiatra, nello specifico.
Sono creature bizzarre questi equilibristi dell'aggettivo e dell'avverbio, sembrano prendere un accadimento meschino per farne piccoli gioielli di variegate sfaccettature e brillantezze.
Penso sia un po' la loro maledizione, e benedizione insieme, non riescono a farne a meno. La stessa cosa fa la voce narrante, prende un evento - nello specifico la morte della madre - e la ricostruisce per i suoi ascoltatori aggiungendo, modificando dettagli, alludendo fino a quando, alla fine, la vicenda si svela per i lettori.
Libro decisamente piacevole, un'unica nota di biasimo: perché la sorellina minore turbata deve essere sempre di una bellezza mozzafiato? Le brutte non hanno diritto di essere ferite?

E io cosa leggo adesso?


Uh, veloce consiglio di lettura perché è una chicca amorevole: Ehi, prof! Frank McCourt